In Europa la transizione verde si è appoggiata alla lotta al cambiamento climatico. La transizione ecologica è stata affrontata prevalentemente come un problema regolatorio — fatto di vincoli, parametri, limiti alle emissioni e incentivi di mercato — più che come una vera strategia industriale, scientifica e tecnologica. Attraverso regole il “libero mercato” avrebbe provveduto alla soluzione del problema.

Nel campo delle tecnologie verdi, la Cina registra oggi circa 300.000 brevetti all’anno, mentre Europa e Stati Uniti stanno su ordini di grandezza molto inferiori. Questo risultato non è nato spontaneamente dal mercato: è il frutto di una pianificazione di lungo periodo, di investimenti pubblici, di una strategia industriale coerente. Per sviluppare nuovi settori tecnologici servono tempi lunghi. Non basta aspettarsi risultati trimestrali o annuali, come avviene in un sistema fortemente finanziarizzato. Se tutto è subordinato al profitto immediato o al consenso elettorale di breve periodo, diventa impossibile costruire capacità scientifiche, industriali e tecnologiche nuove. La Cina, invece, ha investito per decenni in formazione, ricerca, infrastrutture e produzione industriale avanzata. E lo ha fatto in modo molto pragmatico, non ideologico. Come diceva Deng Xiaoping: “Non importa se il gatto è bianco o nero, l’importante è che prenda i topi.”

Dunque l’origine di tutti i nostri mali è sempre la stessa: il neoliberismo, la fiducia insensata nel potere autoregolatorio del libero mercato. Non funziona così nel mondo reale.

Il risultato è che l’Europa è rimasta sostanzialmente assente in quasi tutti i settori tecnologici strategici del XXI secolo: non produce semiconduttori avanzati in misura significativa, non ha creato smartphone o piattaforme digitali globali, è marginale nell’intelligenza artificiale, nella robotica avanzata, nelle tecnologie digitali di frontiera, e anche nei settori della transizione energetica, come il solare e l’eolico, batterie e auto elettriche. In altre parole, il progetto europeo dell’“economia della conoscenza”, pur nato con ambizioni molto elevate, si è progressivamente indebolito fino a lasciare il continente in una posizione di crescente dipendenza tecnologica rispetto a Stati Uniti e Cina.

Ne ho discusso con Giacomo Gabellini

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