Dalla seconda metà di maggio, l’Europa occidentale è investita da temperature eccezionalmente elevate: secondo Copernicus, giugno-luglio 2026 è stato il bimestre più caldo mai registrato nella regione. In giugno, la temperatura media europea ha superato di 1,78 °C la media 1991-2020, con anomalie di 3-5 °C in vaste aree dell’Europa occidentale e dell’Italia. Anche il Mediterraneo ha raggiunto valori estremi: il 29 giugno la temperatura superficiale del mare ha superato localmente la media fino a 8 °C, mentre in luglio il bacino occidentale ha registrato diffuse ondate di calore marine, da forti a severe. L’aspetto positivo (cercandone uno) è che quasi nessuno ha più la faccia tosta di negare la crisi climatica. Perché, allora, le cause della crisi climatica non occupano stabilmente il centro dibattito pubblico?

Per rispondere bisogna fare un passo indietro. Già nel 1896 il fisico svedese Svante Arrhenius calcolò che l’aumento dell’anidride carbonica nell’atmosfera avrebbe modificato la temperatura terrestre. Era stato appena dimostrato che gas come il vapore acqueo e la CO2₂ assorbono la radiazione infrarossa. Con pochi dati e calcoli eseguiti a mano, Arrhenius stimò che un raddoppio della CO2 avrebbe riscaldato il pianeta di 4-6°C: un valore non troppo lontano dalle stime moderne.

Il suo obiettivo non era prevedere gli effetti dei combustibili fossili, allora ancora inutilizzati in modo massiccio, ma spiegare le ere glaciali. Il suo contributo decisivo fu mostrare che la composizione dell’atmosfera influenza la temperatura globale attraverso il bilancio radiativo. Il clima reale è però più complesso: entrano in gioco nuvole, oceani, ghiacci e circolazione atmosferica. L’ordine di grandezza dell’effetto serra si spiega con la fisica di base; prevedere variazioni di pochi decimi di grado richiede modelli sofisticati e supercomputer. Il primo modello climatico moderno fu sviluppato nel 1967 da Syukuro Manabe, premio Nobel nel 2021, e le sue previsioni sono state confermate dalle osservazioni.

Tra i primi scienziati a lanciare pubblicamente l’allarme vi fu il fisico Edward Teller, una delle figure che ispirarono il personaggio del dottor Stranamore. Nel 1959, durante una conferenza dell’industria petrolifera statunitense, Teller avvertì i dirigenti del settore che la CO2 prodotta dalla combustione di carbone, petrolio e gas avrebbe potuto riscaldare il pianeta, sciogliere i ghiacci e innalzare il livello dei mari. L’episodio è ricostruito dal giornalista canadese Geoff Dembicki nel suo libro inchiesta The Petroleum Papers. Dembicki mostra che le maggiori compagnie petrolifere conoscono da decenni le conseguenze climatiche dei loro prodotti. Quello di Teller fu uno dei primi avvertimenti espliciti rivolti ai vertici dell’industria. Una parte dell’industria petrolifera ha tuttavia contribuito a ritardare gli interventi, finanziando campagne di comunicazione, attività di lobbying e think tank incaricati di insinuare dubbi sulle evidenze scientifiche. È una strategia già utilizzata dall’industria del tabacco: sostenere che non si debba intervenire finché non esista una certezza scientifica assoluta, amplificando le opinioni di pochi dissenzienti per alimentare l’impressione che il dibattito sia ancora aperto. La controversia viene così costruita sui media generalisti, mentre nella letteratura scientifica il legame tra combustibili fossili, CO2 e riscaldamento globale è da tempo accertato.

Se per decenni l’industria fossile ha contribuito a sminuire i costi climatici dei propri prodotti, oggi è ragionevole chiederle di concorrere al pagamento dei danni. Secondo l’analisi Big Oil set to double profits as their emissions fuel deadly heatwaves, pubblicata nel luglio 2026 da Oxfam – un’organizzazione non governativa impegnata contro povertà e disuguaglianze – le sei maggiori compagnie petrolifere potrebbero realizzare nel 2026 profitti per circa 147 miliardi di dollari. La stessa analisi, basata su dati pubblicati su Nature, sostiene che le emissioni storiche di cinque di esse hanno contribuito in misura significativa a circa un quarto delle ondate di calore registrate nel mondo tra il 2000 e il 2023.

Oxfam propone un’imposta sui profitti dei maggiori produttori di combustibili fossili, capace di raccogliere fino a 400 miliardi di dollari nel primo anno: una cifra sufficiente a coprire il fabbisogno annuale per l’adattamento climatico dei paesi a basso reddito. Non si tratta di punire un settore, ma di applicare un principio base di giustizia: chi ha tratto enormi profitti da attività che producono costi collettivi deve contribuire a sostenerli. La scienza ha chiarito da tempo cause e responsabilità. Ora il problema non è più stabilire se intervenire, ma decidere chi debba pagare: le vittime della crisi climatica o chi ha tratto profitto dalle sue cause.

Infine, in condizioni tanto drammatiche, destinare risorse crescenti agli armamenti anziché alla prevenzione e alla protezione del territorio è una scelta politicamente irresponsabile. Servono più mezzi antincendio, a cominciare dai Canadair, una Protezione civile adeguatamente finanziata, interventi contro il dissesto idrogeologico, riforestazione urbana e tutela degli ecosistemi – oltre che investimenti massicci nelle energie rinnovabili. Continuare a investire nella capacità di distruggere, mentre si trascurano gli strumenti necessari a proteggere vite, città e territori, è semplicemente criminale.

Pubblicato su Il Fatto Quotidiano

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