Intervento alla Scuola di politica “Per l’Italia delle periferie, del lavoro, della pace””, Roma venerdì 4 settembre 2026 alle ore 15:30, organizzato da Patria e Costituzione.
Il mio intervento analizza il ruolo dell’energia nei principali conflitti contemporanei, mettendo in relazione la guerra in Ucraina, gli interventi statunitensi in Venezuela e Iran, l’ascesa della Cina e la crisi industriale europea. Russia, Iran e Venezuela possiedono alcune delle maggiori riserve mondiali di petrolio e gas, ma presentano capacità produttive ed esportatrici molto diverse. Ciò che accomuna le crisi che li coinvolgono non è una causa unica, bensì il valore strategico delle risorse energetiche e delle rotte attraverso cui vengono trasportate.
Il punto di partenza geopolitico è la concezione dell’Eurasia elaborata da Zbigniew Brzezinski nella Grande scacchiera. Secondo Brzezinski, la supremazia globale degli Stati Uniti dipendeva dalla capacità di impedire che una singola potenza o coalizione conquistasse una posizione dominante nel continente eurasiatico. In questo quadro, l’Europa costituiva la principale “testa di ponte” americana e doveva rimanere saldamente inserita nell’Alleanza atlantica. Una più stretta integrazione tra l’industria, la tecnologia e i capitali europei — in particolare tedeschi — e le risorse energetiche e territoriali russe avrebbe potuto favorire la nascita di un polo continentale autonomo. L’Ucraina assumeva pertanto un’importanza decisiva: la sua indipendenza limitava la proiezione russa verso l’Europa centro-orientale e ostacolava la ricostituzione di uno spazio imperiale controllato da Mosca.
La guerra in Ucraina ha spezzato l’interdipendenza energetica tra Russia ed Europa. La drastica riduzione delle forniture russe ha costretto i paesi europei a ricorrere maggiormente al gas norvegese e al gas naturale liquefatto importato dagli Stati Uniti, dal Qatar e da altri produttori. Sebbene i prezzi siano diminuiti rispetto ai picchi del 2022, il costo europeo del gas rimane molto più elevato rispetto al periodo precedente alla pandemia e a quello sostenuto dalle imprese statunitensi. Questa perdita di competitività ha aggravato la crisi della manifattura europea, soprattutto nei comparti ad alta intensità energetica e nell’industria automobilistica tedesca, già indebolita dai ritardi nell’elettrificazione e nel software e dalla crescente concorrenza cinese.
Di fronte a tale crisi, una parte della politica europea sembra individuare nel riarmo un nuovo motore della domanda industriale. La Germania è passata da circa 47 miliardi di euro di spesa per la difesa nel 2021 a oltre 90 miliardi nel 2024, con l’obiettivo di superare i 150 miliardi annui entro il 2029. Il saggio mette però in dubbio che la crescita della produzione militare possa sostituire una politica industriale civile: il riarmo può sostenere alcuni settori tecnologici e manifatturieri, ma non riduce il costo dell’energia, non ricostruisce automaticamente una base produttiva competitiva e non colma il ritardo europeo nelle tecnologie della transizione.
Un secondo caso è rappresentato dal Venezuela. L’intervento statunitense del gennaio 2026 e la cattura di Nicolás Maduro avrebbero inaugurato il cosiddetto “modello Venezuela”: un’azione militare breve, preceduta da sanzioni e pressioni economiche, accompagnata dalla cooptazione di una parte del precedente apparato di potere. Questo sistema consentirebbe di evitare una lunga occupazione, mantenendo formalmente in vita le istituzioni nazionali, ma acquisendo un’influenza determinante sulle scelte politiche, economiche ed energetiche. L’apertura del settore petrolifero alle imprese private e il controllo esterno dei ricavi delle esportazioni mostrerebbero come l’accesso alle risorse naturali costituisca un elemento centrale del nuovo assetto. La rapidità dell’operazione non avrebbe però prodotto un’autentica transizione democratica e avrebbe fortemente limitato la sovranità venezuelana.
Il “modello Venezuela” non sarebbe stato replicabile in Iran, paese più grande, militarmente più forte e meglio inserito nelle alleanze regionali e internazionali. Il conflitto iraniano deve essere collocato nella più ampia competizione per il controllo del Medio Oriente, delle sue riserve e delle rotte energetiche, a cominciare dallo Stretto di Hormuz. Esso rischia inoltre di mettere sotto pressione il sistema del petrodollaro, cioè l’insieme di relazioni finanziarie, energetiche e militari costruite dagli anni Settanta tra gli Stati Uniti e le monarchie del Golfo. La commercializzazione del petrolio in dollari, il reinvestimento dei proventi nei mercati americani e la protezione militare garantita da Washington hanno infatti rappresentato componenti importanti dell’ordine economico guidato dagli Stati Uniti.
La pressione esercitata contemporaneamente su Russia, Iran e Cina ha inoltre favorito una loro crescente convergenza. Brzezinski considerava proprio un’eventuale coalizione “anti-egemonica” tra questi tre paesi lo scenario più pericoloso per la supremazia americana. Pur non formando un’alleanza organica e conservando interessi divergenti, essi hanno rafforzato la cooperazione energetica, commerciale, diplomatica e militare.
La Cina potrebbe emergere come il principale beneficiario asiatico di questa trasformazione. Nonostante la forte dipendenza dalle importazioni petrolifere, Pechino ha assorbito lo shock energetico meglio di altri paesi grazie alle riserve strategiche, all’elettrificazione dell’economia e alla straordinaria espansione delle fonti rinnovabili. La Cina domina ormai le filiere mondiali del fotovoltaico, delle batterie e dei veicoli elettrici. Per Pechino, la transizione energetica non è soltanto una politica climatica, ma una strategia industriale, tecnologica e di sicurezza nazionale.
Emergono così due strategie differenti. Gli Stati Uniti puntano sulla produzione di petrolio e gas, sulla centralità internazionale del dollaro e sulla cosiddetta energy dominance, collegando l’energia fossile alla reindustrializzazione, alla competitività e alla proiezione geopolitica. La Cina integra invece transizione verde, pianificazione industriale, innovazione e autonomia tecnologica. La contrapposizione non è assoluta: gli Stati Uniti rimangono importanti nelle tecnologie pulite, mentre la Cina continua a consumare grandi quantità di carbone. Le rispettive traiettorie strategiche risultano tuttavia sempre più divergenti.
La perdita statunitense di leadership nelle tecnologie verdi potrebbe erodere, nel lungo periodo, una delle basi materiali dell’egemonia americana, ma non implicherebbe automaticamente la fine del dollaro. Al momento non esiste infatti un’attività sicura, liquida e disponibile su scala paragonabile ai Treasury. Crescono però i segnali di diversificazione: l’aumento dell’oro nelle riserve ufficiali, il congelamento delle riserve russe nel 2022 e l’uso delle sanzioni finanziarie hanno ridotto, per molti paesi, la percezione del dollaro come infrastruttura neutrale. Quanto più moneta, pagamenti e riserve diventano strumenti di pressione geopolitica, tanto maggiore è l’incentivo a sviluppare circuiti alternativi.
Un indebolimento disordinato del dollaro, senza un safe asset alternativo, potrebbe generare instabilità dei cambi, aumento dei tassi, perdite nei portafogli internazionali e difficoltà nel finanziamento del commercio e dei debiti. Qui, secondo alcuni osservatori, emerge una responsabilità anche per la Cina: se diventa leader della traiettoria industriale ed energetica vincente, non può limitarsi a conquistare mercati, ma dovrebbe contribuire ai beni pubblici della stabilità globale attraverso regole trasparenti, mercati finanziari più profondi, attività liquide e affidabili e una graduale internazionalizzazione del renminbi. Ciò richiederebbe riforme interne, una gestione più aperta dei capitali e l’accettazione dei costi connessi al ruolo di valuta di riserva. La transizione potrebbe dunque cambiare la gerarchia produttiva più rapidamente di quella monetaria: la coesistenza tra leadership industriale cinese e centralità finanziaria americana rischia di diventare una delle principali fragilità del nuovo ordine mondiale.
L’Europa si trova in una posizione particolarmente fragile. Pur avendo adottato obiettivi climatici ambiziosi, ha indebolito la propria capacità produttiva in diversi settori strategici e ha affrontato la transizione soprattutto attraverso la regolazione dei mercati, senza accompagnarla con una politica industriale comune di dimensioni adeguate. Deve ora decidere se ricostruire una propria autonomia tecnologica, anche attraverso forme selettive di cooperazione con la Cina, oppure limitarsi ad acquistare tecnologie sviluppate e prodotte altrove.
La conclusione principale è che la transizione energetica non costituisce soltanto una risposta alla crisi climatica: rappresenta uno dei terreni fondamentali sui quali si ridefiniranno la produzione industriale, l’autonomia strategica e i rapporti di potere del XXI secolo. Se l’economia del Novecento è stata organizzata intorno alla geografia del petrolio e del gas, il nuovo sistema dipenderà sempre più dal controllo delle tecnologie necessarie a produrre, accumulare e distribuire l’energia. Crisi climatica e competizione geopolitica sono quindi due aspetti dello stesso processo storico.
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