Il pericolo non sta solo nell’iniziare un conflitto atomico, ma in una catena di azioni e reazioni per cui una misura concepita come pressione limitata viene interpretata dall’altra parte come atto di guerra

Esistono due interpretazioni profondamente diverse della guerra in Ucraina. Secondo la prima, l’invasione russa del febbraio 2022 è il prodotto dell’espansionismo di Mosca: di fronte a un’aggressione non provocata, la risposta dell’Occidente consiste nel rafforzare la deterrenza, sostenere militarmente l’Ucraina e aumentare i costi imposti alla Russia. In questa prospettiva, la ricerca di un compromesso rischia di essere interpretata come una forma di appeasement.

George Beebe, già direttore dell’analisi sulla Russia alla Cia e oggi al Quincy Institute, propone una lettura differente. La guerra, sostiene, non può essere separata dalla trasformazione dell’ordine europeo seguita alla fine della Guerra fredda e dall’espansione della Nato verso Est. L’obiettivo russo non sarebbe conquistare l’intera Ucraina, ma impedirne l’integrazione nella Nato. Non si tratta di giustificare l’invasione russa né di accettare necessariamente questa interpretazione, ma di comprenderne le implicazioni: se Mosca considera l’ingresso dell’Ucraina nella Nato una minaccia fondamentale alla propria sicurezza, aumentare la pressione militare potrebbe non indurla a ritirarsi, ma spingerla ad alzare a sua volta la posta.

È qui che emerge il problema dell’escalation nucleare. Nel novembre 2024 la Russia ha modificato la propria dottrina, ampliando le circostanze nelle quali contempla l’impiego delle armi atomiche, anche in risposta a un attacco convenzionale che costituisca una minaccia critica alla propria sovranità. Il significato concreto di queste posizioni emerge dall’avvertimento rivolto dalla Russia alla Nato lo scorso settembre, quando ha dichiarato di essere pronta a ricorrere anche alle armi nucleari qualora i paesi dell’Alleanza tentassero di isolare Kaliningrad dal resto del territorio russo. Il pericolo non consiste quindi soltanto nella decisione deliberata di iniziare una guerra nucleare, ma in una concatenazione di azioni e reazioni nella quale una misura concepita come pressione limitata venga interpretata dall’altra parte come un atto di guerra, innescando un’escalation che nessuno è più in grado di controllare. È proprio l’idea che una simile escalation possa essere controllata a dover essere messa in discussione. Questo è il punto più inquietante di Guerra nucleare: uno scenario di Annie Jacobsen. Il libro, pluripremiato, delinea uno scenario costruito attraverso lo studio dei protocolli militari e interviste con ex responsabili della sicurezza nazionale ed esperti di sistemi nucleari. Jacobsen segue minuto per minuto ciò che potrebbe accadere dopo il lancio di una singola arma nucleare: allerta, identificazione dell’attacco, comunicazione ai vertici politici, decisione sulla risposta e lancio dei missili. Nel suo scenario, in appena 72 minuti la concatenazione conduce a una guerra termonucleare su vasta scala.

Il punto è che nessuno può conoscere in anticipo la sequenza degli eventi. Le decisioni devono essere prese in pochi minuti sulla base di informazioni incomplete; un missile lanciato non può essere richiamato; un attacco contro i sistemi di comando può essere interpretato come il preludio a un tentativo di decapitazione nucleare. Parlare di “controllo dell’escalation” rischia allora di essere un ossimoro. La deterrenza può funzionare finché impedisce di oltrepassare la soglia. Una volta superata, presumere di poter decidere fino a quale gradino salire significa scommettere sulla razionalità, sull’informazione e sull’assenza di errori proprio nel momento in cui tutte queste condizioni diventano meno plausibili.

È in questo quadro che va valutato il grande progetto di riarmo europeo. Al vertice Nato dell’Aia del 2025 gli alleati hanno assunto l’impegno di arrivare entro il 2035 al 5% del Pil per difesa e sicurezza: almeno il 3,5% per la difesa propriamente detta e fino all’1,5% per infrastrutture e industria della difesa. Per l’Italia significherebbe un ordine di grandezza di 80-85 miliardi di euro l’anno per la componente strettamente militare e 115-120 miliardi considerando l’intero obiettivo del 5%. Chi beneficerà industrialmente di questa enorme massa di investimenti? L’Europa parte da una forte dipendenza dagli Stati Uniti. Secondo il Sipri, nel 2020-2024 il 64% delle importazioni di grandi sistemi d’arma dei membri europei della Nato proveniva dagli Usa, contro il 52% del quinquennio precedente. Qualcosa di analogo è già avvenuto sul terreno energetico. Dopo il crollo delle forniture russe, nel 2025 gli Stati Uniti hanno fornito quasi il 58% del Gnl importato dall’Unione europea e oltre un quarto di tutte le sue importazioni di gas. L’Europa ha rotto il rapporto energetico costruito per decenni con la Russia e aumentato enormemente la spesa militare in nome della sicurezza e dell’autonomia, ma trasferisce una parte della propria dipendenza verso gli Stati Uniti: acquista più gas americano e più armamenti americani proprio mentre Washington chiede agli europei di sostenere una quota crescente dei costi della propria difesa. Il risultato è un’Europa più militarizzata, più condizionata dagli Stati Uniti e soprattutto più esposta al confronto diretto con una potenza nucleare.

Christopher Clark definì “sonnambuli” i dirigenti europei che nel 1914 avanzarono verso la Prima guerra mondiale senza comprendere pienamente la catastrofe verso cui stavano conducendo il continente. Oggi i rischi dell’escalation sono conosciuti, le dottrine nucleari sono pubbliche e sappiamo quanto rapidamente una crisi possa sottrarsi al controllo di chi l’ha iniziata. Eppure l’Europa continua ad avanzare lungo una traiettoria che può portarla al confronto diretto con la Russia. Non siamo di fronte a un pericolo invisibile. Le classi dirigenti europee sembrano incapaci di cambiare strategia di fronte ai suoi fallimenti. Per interrompere questa corsa prima che sia troppo tardi occorre cambiare radicalmente la politica estera, come ha sostenuto Giuseppe Conte nel confronto con Jeffrey Sachs. Un movimento popolare può dare forza a questa richiesta e imporre dal basso quel cambiamento di rotta che i governi europei non sembrano disposti a compiere.

Pubblicato su Il Fatto Quotidiano

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