Imperialismo e diritto internazionale. Le differenze tra la guerra in Ucraina, la questione di Taiwan e l’intervento in Venezuela

Una lettura diffusa degli avvenimenti internazionali recenti tende ad accomunare i tre leader delle superpotenze attuali – Trump, Putin e Xi Jinping – presentandoli come figure mosse da un comune impulso imperialista. Di conseguenza, i conflitti in cui sono coinvolti – o lo sarebbero potenzialmente, come nel caso della Cina – vengono considerati tra loro analoghi. Ma si tratta di una semplificazione fuorviante e profondamente errata. Comprendere le ragioni di un conflitto è un passaggio essenziale per poterne individuare possibili soluzioni; per questo, analizzarne a fondo le cause è un esercizio tanto importante quanto imprescindibile.

Ucraina: una guerra per la sicurezza, non per l’impero

La guerra in Ucraina riguarda, innanzitutto, l’architettura di sicurezza della Russia – e, di riflesso, anche quella dell’Europa. Non si tratta di un’operazione di conquista imperialista: l’intervento russo è avvenuto in risposta a una guerra civile nel Donbass, iniziata nel 2014, e più in generale alla crescente pressione dell’espansione Nato verso est. La richiesta centrale di Mosca è sempre stata la neutralità dell’Ucraina.

Numerosi documenti ufficiali e analisi indipendenti hanno chiarito le motivazioni alla base del cosiddetto “progetto Ucraina”, avviato già negli anni novanta sotto l’amministrazione Clinton. Fin dall’inizio, l’obiettivo strategico fu quello di inglobare l’Ucraina nella Nato e, più in generale, nel blocco euro-atlantico. Alla base di questa strategia vi è una linea di continuità storica: l’opposizione statunitense al flusso di gas russo verso l’Europa, già evidente sin dagli anni ottanta. In altre parole, impedire l’emergere di una relazione economica e geopolitica strutturata tra Russia e Germania – e, più in generale, tra Russia ed Europa – è sempre stata una priorità per Washington.

Come spiegava in modo molto chiaro già oltre dieci anni fa George Friedman, fondatore dei think tank Stratfor e Geopolitical Futures: «L’interesse primordiale degli Stati Uniti – per il quale, nel corso dei secoli, abbiamo combattuto guerre, dalla Prima e Seconda guerra mondiale fino alla Prima e alla Seconda guerra fredda – è sempre stato il rapporto tra Germania e Russia. Unite, queste due potenze rappresentano l’unica forza in grado di costituire una vera minaccia per gli Stati Uniti. La paura fondamentale degli Usa è la combinazione tra capitale e tecnologia tedeschi, risorse naturali russe e manodopera russa: è questa la sola alleanza che, storicamente, ha davvero fatto paura a Washington».

«Per evitare che ciò accada, gli Stati Uniti devono costruire un assetto alternativo: ed ecco spiegata la strategia dalla linea baltico-nera. I russi, dal canto loro, hanno sempre detto chiaramente che un’Ucraina filo-occidentale è inaccettabile. Ma l’elemento cruciale resta la Germania, che non ha ancora deciso da che parte stare: economicamente potentissima, geopoliticamente fragile, storicamente incerta su come coniugare le due dimensioni. Questa è, dal 1871, la “questione tedesca”, la vera questione d’Europa».

L’intervento russo è stato giustificato da Mosca facendo riferimento al principio della Responsibility to Protect (R2P), formalizzato nel 2005 dalle Nazioni Unite, secondo il quale la comunità internazionale ha il dovere di intervenire qualora uno Stato non sia in grado o non voglia proteggere la propria popolazione da crimini gravi quali genocidio, crimini di guerra, pulizia etnica o crimini contro l’umanità. Il 21 febbraio 2022 la Russia ha riconosciuto l’indipendenza delle repubbliche separatiste di Donetsk e Luhansk, annunciando l’invio di truppe con l’obiettivo dichiarato di proteggere le popolazioni russofone da quello che ha definito un “genocidio”.

Tuttavia, il principio di R2P prevede esplicitamente l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, autorizzazione che in questo caso non è mai stata concessa. Di conseguenza, l’intervento russo deve essere considerato illegale secondo il diritto internazionale, come ribadito anche dall’Assemblea generale dell’Onu, che non ha riconosciuto le repubbliche separatiste del Donbass – analogamente a quanto avvenuto in altri casi controversi, primo fra tutti quello del Kosovo.

L’indipendenza del Kosovo rappresenta infatti uno dei precedenti più dibattuti del diritto internazionale contemporaneo ed è spesso richiamata – da Mosca come da altri attori – per giustificare il riconoscimento di entità separatiste come quelle del Donbass. Nel 1999, la Nato intervenne militarmente contro la Serbia (allora parte della Repubblica Federale di Jugoslavia) senza alcuna autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, formalmente per porre fine a presunte gravi violazioni dei diritti umani contro la popolazione albanese del Kosovo. Pur invocando motivazioni umanitarie, quell’intervento violava la Carta delle Nazioni Unite, che consente l’uso della forza solo in caso di legittima difesa o con un mandato esplicito del Consiglio di Sicurezza.

Nel caso del Donbass, la Russia ha adottato una logica in parte analoga a quella utilizzata dall’Occidente nel caso kosovaro: ha denunciato presunti crimini contro le popolazioni russofone, ha riconosciuto le entità separatiste e ha dichiarato di intervenire per proteggerle. Tuttavia, anche in questo caso, non vi è stato alcun mandato Onu, né un processo multilaterale o un negoziato internazionale.

L’Assemblea generale delle Nazioni Unite, con una larghissima maggioranza, ha condannato l’aggressione russa e ribadito il principio dell’integrità territoriale dell’Ucraina, rifiutando di riconoscere sia le repubbliche del Donbass sia le successive annessioni, inclusa quella della Crimea nel 2014. Il fatto che la Russia abbia invocato il precedente del Kosovo – che essa stessa aveva duramente contestato all’epoca – mette in luce l’uso strumentale e selettivo del diritto internazionale da parte delle grandi potenze, impiegato non come insieme coerente di norme, ma come strumento geopolitico adattato di volta in volta agli interessi strategici del momento.

Taiwan: una questione interna alla Cina, non un progetto espansionista

Anche nel caso della Cina, evocare il concetto di imperialismo è del tutto fuori luogo. La questione di Taiwan rientra nel principio della One China Policy, ovvero la posizione ufficiale della Repubblica Popolare Cinese secondo cui esiste una sola Cina, di cui Taiwan è parte integrante. Pechino considera Taiwan una provincia ribelle da riunificare, se necessario anche con l’uso della forza.

Con la Risoluzione 2758 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite (1971), la rappresentanza della Cina presso le Nazioni Unite è stata attribuita alla RPC, con l’espulsione della cosiddetta «Repubblica di Cina» (Taiwan). Sebbene la risoluzione non si esprima esplicitamente sullo status giuridico di Taiwan, essa è utilizzata da Pechino come fondamento politico per sostenere che la comunità internazionale riconosce l’esistenza di una sola Cina.

In questo contesto, numerosi Stati – tra cui gli Stati Uniti e l’Italia – hanno stipulato dichiarazioni bilaterali con la RPC (come i Tre Comunicati Usa-Cina del 1972, 1979 e 1982), in cui riconoscono la RPC come unico governo legittimo della Cina, non riconoscono Taiwan come Stato indipendente

e rinunciano a mantenere relazioni diplomatiche ufficiali con l’isola. Tuttavia, la maggior parte di questi paesi continua a intrattenere con Taiwan rapporti economici, commerciali, culturali e persino militari in forma non ufficiale, all’interno di un delicato equilibrio diplomatico.

Gli Stati Uniti, per esempio, forniscono a Taiwan armamenti avanzati per aiutare Taipei a sviluppare capacità difensive credibili contro le pressioni della Cina. Un recente pacchetto imponente da 11,1 miliardi di dollari, annunciato nel dicembre 2025, include proprio questi sistemi-chiave. Queste forniture, autorizzate nell’ambito del Taiwan Relations Act, mirano a sostenere la strategia di “guerra asimmetrica” di Taiwan. Tuttavia, suscitano forti condanne da parte di Pechino, che le considera un’interferenza negli affari interni e una violazione della propria sovranità nazionale.

Venezuela: un nuovo capitolo nell’ingerenza occidentale

Ben diverso è il caso del Venezuela, che si inserisce nella lunga sequenza di interventi occidentali degli ultimi trent’anni: dalla Jugoslavia all’Iraq, dall’Afghanistan alla Libia, fino alla Siria. Tutti esempi di sistematica violazione del principio di non ingerenza negli affari interni degli Stati, sancito dalla Carta delle Nazioni Unite, uno dei pilastri fondamentali del diritto internazionale. Le eventuali eccezioni sono soggette a un mandato del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che può autorizzare interventi in nome della sicurezza collettiva: nessuno dei casi sopra elencati rientra in questa categoria.

In Venezuela, ciò che interessa realmente agli Stati Uniti è il controllo delle sue immense riserve petrolifere. Se, come già accaduto con la Guyana, Washington dovesse estendere il proprio controllo anche al Venezuela, si ritroverebbe a dominare oltre la metà delle riserve mondiali di petrolio. Se a questo si aggiungesse anche l’Iran – ed è qui che entra in gioco Israele – l’effetto strategico su Russia e Cina sarebbe devastante: Mosca subirebbe pressioni sul prezzo del petrolio, mentre Pechino, fortemente dipendente dalle importazioni energetiche, verrebbe messa in seria difficoltà.

Il declino dell’egemonia occidentale

Lo spettacolo offerto dai leader europei e dai loro cortigiani, intenti a giustificare l’ennesimo intervento occidentale in America Latina, è desolante. Riflette non solo cinismo, ma anche un’incapacità strutturale di comprendere il nuovo ordine mondiale in formazione. Cinque secoli di dominio occidentale e tre decenni di unipolarismo statunitense hanno eroso, fino quasi a cancellarli, gli strumenti culturali, politici e diplomatici necessari per affrontare la transizione multipolare in corso. Di fronte alla crisi del proprio modello, le élites euro-atlantiche reagiscono con ostinazione, alzando il livello della retorica bellicista.

Per questi motivi per gli attuali governi europei la guerra in Ucraina non deve finire: ogni escalation viene giustificata, pur di non dover ammettere il fallimento strategico e accettare un confronto alla pari con chi oggi chiede una revisione dell’ordine globale. Ma due ostacoli rendono questa strategia insostenibile.

Il primo è l’economia. Le sanzioni, l’autosufficienza energetica forzata e la deindustrializzazione stanno minando le fondamenta produttive dell’Europa. Come già scritto: si vuole combattere una guerra con soldati che non ci sono, armati con armi che non sono ancora state prodotte, e pagate con soldi che non esistono. Il secondo è l’opinione pubblica. Se qualche anno fa la narrazione sui “valori occidentali” e sul “giardino ordinato” poteva ancora esercitare fascino, oggi anche i più distratti iniziano a percepirne il vuoto e la falsità.

La realtà sta bussando con crescente insistenza. E questa volta non sembra disposta ad aspettare. Non sarà la propaganda a fermarla, né la censura, né nuove sanzioni o alleanze militari. Ciò che serve è un nuovo approccio alle relazioni internazionali fondato sul rispetto del diritto, sulla sovranità degli Stati e sul riconoscimento di un mondo realmente multipolare.

(Pubblicato su Il Ponte)

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