Una narrazione diffusa tende ad accomunare Trump, Putin e Xi Jinping come leader animati da un comune impulso imperialista. Di conseguenza, i conflitti che li coinvolgono vengono considerati analoghi così che i tre leader alla fine sarebbero ugualmente “imperialisti”. Si tratta di una semplificazione fuorviante che invece di fare chiarezza rende più confusa la comprensione delle cause reali dei conflitti.
La guerra in Ucraina riguarda l’architettura di sicurezza della Russia e, di riflesso, dell’Europa. Non si tratta di un’operazione imperialista, ma di una risposta a una guerra civile in Donbass iniziata nel 2014 e all’espansione della Nato verso Est. La richiesta centrale di Mosca era la neutralità dell’Ucraina. L’intervento russo è stato giustificato con il principio della Responsibility to Protect (R2P), secondo cui la comunità internazionale può intervenire se uno Stato non protegge la propria popolazione da crimini gravi. Tuttavia, tale principio richiede l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che non c’è stata: per questo l’intervento è illegale secondo il diritto internazionale. Mosca ha tuttavia richiamato il precedente del Kosovo: anche in quel caso, nel 1999, la Nato intervenne militarmente contro la Serbia senza autorizzazione Onu, giustificandosi con presunte violazioni dei diritti umani.
Anche per la Cina, evocare l’imperialismo è fuori luogo. La questione di Taiwan si colloca nel quadro della “One China Policy”, secondo cui esiste una sola Cina e Taiwan ne fa parte. La Risoluzione Onu 2758 ha assegnato il seggio cinese alla Repubblica Popolare Cinese (Rpc), espellendo Taiwan dalle Nazioni Unite. La maggior parte dei Paesi, inclusi gli Usa e l’Italia, riconosce la Rpc come unico governo della Cina, rinunciando a relazioni diplomatiche ufficiali con Taiwan, pur mantenendo contatti economici e militari informali. Diverso è il caso del Venezuela che, a differenza del caso russo e cinese, rientra nella lunga lista di interventi occidentali in paesi lontani dai propri confini in assenza di un mandato Onu. In Venezuela, sembra evidente che l’obiettivo strategico sia il controllo diretto di una delle maggiori riserve petrolifere al mondo che potrebbe portare Washington a dominare oltre la metà delle riserve globali aumentando la pressione energetica su Russia e Cina. Lo spettacolo offerto da molti leader europei, intenti a giustificare l’ennesima ingerenza Usa in America Latina, rivela una difficoltà strutturale nel comprendere la transizione verso un mondo multipolare. Cinque secoli di dominio occidentale e tre decenni di egemonia unipolare hanno eroso gli strumenti culturali e diplomatici necessari per affrontare l’attuale crisi sistemica e l’Occidente non ha sentito il bisogno di imporsi alcun vincolo. In questo modo il diritto internazionale si è sgretolato. Oggi il periodo egemonico è finito per lo spostamento di potere economico verso Oriente e il diritto internazionale si trova indebolito.
Per questo gli attuali governi europei trovano difficile condannare il raid americano in Venezuela, come non riescono a trovare una via d’uscita dalla guerra in Ucraina. Ma questa linea si scontra con due ostacoli. Il primo è l’economia: sanzioni, autosufficienza forzata e deindustrializzazione stanno erodendo le basi produttive europee col risultato che si tenta di combattere una guerra con soldati che non ci sono, armati con armi non ancora prodotte e pagate con denaro che non esiste.
Il secondo è l’opinione pubblica che non sembra disposta ad aspettare. Ciò che serve è un nuovo approccio alle relazioni internazionali: fondato sul rispetto del diritto, sulla sovranità degli Stati e sul riconoscimento di un mondo realmente multipolare.