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21 FEBBRAIO 2026
FRANCESCO SYLOS LABINI

Il Fatto Quotidiano
C’è una linea rossa che collega la crisi del 2008, l’ascesa tecnologica della Cina e il fallimento delle sanzioni contro la Russia: l’incapacità ostinata dell’Occidente di leggere la realtà quando questa smentisce i propri modelli. Nel 2008 l’errore non fu tecnico, ma culturale. Non si volle vedere lo stato reale dell’economia mondiale né gli effetti destabilizzanti di una finanziarizzazione fuori controllo, interpretata attraverso lenti ideologiche come un sofisticato strumento di gestione del rischio.

La scena simbolica di quella cecità resta la visita della Regina d’Inghilterra alla London School of Economics, quando nel 2008 chiese agli economisti: “Perché nessuno l’ha vista arrivare?”. La risposta, mai pronunciata apertamente, era evidente: perché il modello teorico non contemplava il fallimento sistemico. La stessa miopia si ripete oggi nella valutazione dell’ascesa tecnologica della Cina. Per anni si è sostenuto che un sistema politico non liberale non potesse produrre innovazione strutturale né leadership tecnologica duratura. In Perché le nazioni falliscono, Daron Acemoglu (Nobel per l’economia del 2024) e James Robinson prefiguravano un inevitabile rallentamento cinese. Era una previsione coerente con il paradigma dominante. Ma la realtà ha seguito un’altra traiettoria. Dopo oltre quarant’anni di crescita sostenuta, con una leadership consolidata nelle energie rinnovabili, nell’intelligenza artificiale, nelle telecomunicazioni e nella manifattura avanzata, continuiamo tuttavia a leggere che la Cina “crollerà l’anno prossimo”. È una profezia che si rinnova ciclicamente, sempre rinviata, sempre smentita, ma mai davvero abbandonata.

Infine, le sanzioni contro la Russia. Anche qui si annunciava un collasso rapido, una crisi irreversibile, un isolamento insostenibile. Nulla di tutto questo è avvenuto. L’economia russa non è implosa; ha mostrato capacità di adattamento, riconfigurazione commerciale e stimolo alla produzione interna. Non si tratta di negare le difficoltà, ma di riconoscere che le previsioni erano fondate più su desideri ideologici che su analisi strutturali. Il punto non è difendere la Cina o la Russia, né assolvere le responsabilità del sistema finanziario occidentale. Il punto è un altro: l’Occidente continua a interpretare il mondo attraverso categorie teoriche che non riescono più a descriverlo. Se le classi politiche occidentali appaiono oggi improvvisate e inadeguate, il problema è ancora più profondo: è una crisi della classe intellettuale, che ha abdicato al proprio ruolo di coscienza critica e di laboratorio di idee nel dibattito pubblico. In particolare, negli ultimi decenni l’economia è stata progressivamente trasformata da disciplina storico-politica in un sistema formalizzato e autoreferenziale. La crescente matematizzazione, lungi dal rafforzarne il rigore, ha spesso espulso dall’analisi storia, diritto, istituzioni e conflitto sociale.

L’economia dominante si proclama neutrale e oggettiva, ma ha scientemente coperto scelte ideologiche. Il conflitto è stato trasformato in errore, l’alternativa in eresia. Così sono state legittimate deregolamentazione, austerità e privatizzazioni, erodendo la sovranità democratica e scavando una frattura crescente tra tecnocrazia e cittadini. Nel frattempo, l’Occidente perde peso economico e coesione politica, mentre continua a ripetersi che non esistono alternative. Nel 2008 non si vide l’instabilità del sistema finanziario. Oggi non si vuole vedere la trasformazione strutturale dell’economia mondiale. Domani, di fronte a un nuovo shock, torneremo forse a chiederci perché nessuno l’aveva previsto. Ma la domanda giusta non è perché nessuno l’ha visto arrivare. La domanda è: perché continuiamo ad affidarci a chi non sa più leggere il mondo?

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