Lode allo Spallanzani, ma i ricercatori italiani che vita fanno?

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Intervista a Francesco Sylos Labini di Marco Veruggio

Dopo la notizia che un team di ricercatrici dell’Istituto Spallanzani ha isolato il coronavirus tutti a sperticarsi in lodi alla ricerca italiana e ai centri di eccellenza della sanità pubblica. Ieri le maggiori testate si inchinavano a Francesca Colavita, la ricercatrice precaria che guadagna 1.500 euro al mese, e alle altre artefici dell’impresa. Il Corriere della Sera dedicava persino una scheda con tanto di fotografia a ciascuna. Ma l’impressione è che si tratti del classico quarto d’ora di gloria, un po’ anche per mettersi a posto con la coscienza, per ripiombare immediatamente nel tran tran dei tagli alla ricerca e degli editoriali del Corriere in cui Giavazzi e Alesina ci spiegano che le università pesano troppo sulla fiscalità generale, indicando la Bocconi come modello virtuoso. Per uscire dalla logica della pacca sulla spalla abbiamo chiesto a Francesco Sylos Labini, astrofisico, saggista e fondatore del sito Roars, dedicato alla politica dell’università e della ricerca, di spiegarci in che situazione versano i ricercatori italiani prima che il sipario dell’attenzione mediatica si richiuda sui loro destini incerti.

Qual è la situazione del lavoro nella ricerca? Possiamo dare un’immagine generale?

Certo. Intanto dobbiamo partire dal fatto che una decina di anni fa c’è stato un taglio del 20% delle risorse di tutto il comparto università e ricerca e ovviamente questo taglio non è stato distribuito in modo uniforme. Alcune voci di spesa erano incomprimibili e quindi la riduzione delle risorse a disposizione ha inciso di più sulle spese vive, in particolare sul reclutamento e sulla ricerca, capitolo quest’ultimo in cui rientrano anche i fondi per i contratti del personale di ricerca a tempo determinato.

Tempo determinato, dici, appunto…

Guarda, nella ricerca il precariato è una cosa normale. In tutto il mondo ci sono i precari. Fare un periodo di precariato e girare tra diversi laboratori e anche lavorando in diversi paesi fa bene ed è giusto. E’ salutare ed è importante per la formazione di uno studioso. Il problema in Italia riguarda il passaggio tra questa fase naturale e l’accesso a una posizione permanente all’interno dell’università. All’estero questo passaggio avviene con una certa regolarità. Qui da noi questa regolarità manca e il numero dei posti disponibili oscilla in modo molto forte. Per cui ogni tanto si procede con le stabilizzazioni, come è stato fatto un paio d’anni fa, che però affrontano il problema ‘sparando nel mucchio’.

In che senso?

Nel senso che se tu hai un certo tipo di contratto vieni stabilizzato, peraltro senza alcuna verifica sul tipo di lavoro che hai fatto negli anni precedenti. Se invece sei stato all’estero o al momento hai un altro tipo di contratto, rimani fuori dal perimetro della stabilizzazione. E’ evidente che il problema non lo risolvi così. Puoi farlo per un ordinario lavoro da impiegato della pubblica amministrazione, non nella ricerca, che è un settore particolare.

Quanti ricercatori sono in queste condizioni? Possiamo dare almeno un ordine di grandezza?

Dare dei numeri non è semplice, perché alcune categorie di ricercatori, ad esempio chi beneficia di un assegno di ricerca, sono censite. Altre invece, penso ad esempio ai contratti fatti dai singoli dipartimenti, non rientrano in una contabilità centralizzata. Ma possiamo dire che se in Italia ci sono 50.000 docenti universitari, allora ci sono altrettanti ricercatori precari, il che significa che l’università senza di loro non funziona.

Quanto influisce questa situazione sulla libertà di ricerca e sulla qualità del lavoro?

Ovviamente tantissimo. Non è l’unico fattore che influisce, ma influisce parecchio. Essere precari, lo ripeto, per un certo periodo va bene. Non tutti coloro che fanno ricerca possono aspirare ad avere un posto permanente. Una selezione è necessaria. Ma tra assumere tutti e questa precarizzazione estrema, che finisce per produrre tanti soldatini, il passo è lungo e ci vorrebbe una via di mezzo.

Perché dici soldatini?

Perché quando un ricercatore non ha un contratto permanente tende a inserirsi nei filoni di ricerca che sono più in voga. E’ raro che uno cerchi cose nuove. Se ti metti a fare quello che gli altri non fanno metti a rischio la tua posizione.

Nel tuo libro Rischio e Previsione tu dai parecchio spazio a questo tema, ricordando che molte scoperte scientifiche rivoluzionarie sono state ottenute proprio facendo ‘ciò che gli altri non facevano’ e sottolinei il fatto che la gestione dei fondi alla ricerca tende a favorire l’omologazione.

Certo, perché la gente si muove in base a come vengono distribuiti i fondi. Perciò il modo in cui è organizzato il sistema è importantissimo, perché determina le scelte dei singoli. Il conformismo nella ricerca non va bene.

Puoi farci qualche esempio, a partire dal tuo campo?

Nel mio campo oggi i fondi sono indirizzati in larga misura verso il settore della ricerca sulle astroparticelle. E’ un mondo gigantesco, in cui servono grandi e costosi laboratori sotterranei, grandi quantità di ricercatori e cospicui finanziamenti. Se ti orienti verso quel mondo finisci a lavorare magari insieme ad altri 500 ricercatori e pubblichi 100 articoli l’anno, a cui contribuisci in minima parte, però sei in una botte di ferro. Qui, ad esempio, vedi uno dei paradossi dei sistemi di valutazione, perché come fai a confrontare la produttività di un ricercatore che opera in una situazione del genere con chi invece lavora in un team di 2-3 persone?

E negli altri campi?

Negli altri campi la situazione si fa ancor più delicata, perché ci si muove su terreni sensibili dal punto di vista politico. Se tu ti occupi di economia, di diritto costituzionale o di diritto del lavoro subisci una spinta all’omologazione, quando invece nell’ambito della ricerca è bene che si confrontino più posizioni possibili. Prendiamo il diritto costituzionale. Quando ci fu il referendum di Renzi ricorderai che i docenti di diritto costituzionale si spaccarono in due: c’era chi era favorevole e chi era contrario. Bene, in università sono loro poi quelli che decidono.

Ci sono stati esempi di reazioni di tipo collettivo, cioè ricercatori che si organizzano per reclamare condizioni migliori?

In realtà mi sembra che predomini il silenzio, sia perché i ricercatori si trovano in una condizione di ricattabilità, sia perché c’è una forte accettazione della parola magica ‘meritocrazia’, che poi, se uno si interroga, non si capisce bene cosa voglia dire…

Quali sono state le due decisioni che hanno fatto più male alla ricerca negli ultimi anni?

Sono quelle che riguardano da una parte la riduzione dei fondi e dall’altra il modo in cui vengono distribuiti, attraverso una sorta di pseudovalutazione del tutto strampalata. In nessun altro paese al mondo si utilizza questo tipo di distribuzione dei fondi alla ricerca. Vorrà dire che siamo più furbi di tutti gli altri?

Puoi spiegarci in due parole come funziona?

E’ una procedura abbastanza complessa, comunque volendo semplificare c’è un’agenzia i cui vertici sono designati dal governo e che esercita un potere molto grande nell’indirizzare la ricerca. Allora se tu hai un’agenzia unica con poche persone dentro che influenza l’orientamento della ricerca di un paese è già negativo, se poi per di più chi la guida è di nomina politica non ne parliamo.  E sai chi se inventato questa idea? Giavazzi. E politicamente l’ha introdotta Mussi e poi è stata ripresa dalla Gelmini.

Insomma l’ha fatta la ‘sinistra’?

Diciamo così. Ed è la conferma di una subalternità culturale per cui quando non hai la capacità di elaborare una tua politica vai a rimorchio della corrente dominante.

Ultima domanda: due cose da fare subito per invertire la rotta.

Per invertire la rotta la prima cosa sicuramente è aumentare le risorse. Poi però bisogna anche capire come far ripartire il sistema. Per questo servono anche idee innovative e bisogna cambiare il modo in cui vengono distribuite le risorse. Magari anche pensare come dare spazio ai giovani, il che non significa però cadere in questo giovanilismo così in voga e che francamente non condivido. Il problema principale oggi in quest’ambito è che le idee innovative, invece di essere incentivate, vengono soppresse.

L’intervista è tratta dalla newslettere di PuntoCritico.info del 4 febbraio, apparsa su Gli Stati Generali

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