La Cina: da paese assemblatore a paese innovatore[1]

Francesco Sylos Labini[2]

Nel mio lavoro di fisico studio i sistemi dinamici non lineari, cioè cerco di capire come evolvono nel tempo sistemi complessi composti da molte parti in interazione tra loro — in particolare sistemi gravitazionali come le galassie — e quali meccanismi determinano i loro cambiamenti. Da questo punto di vista, la Cina rappresenta un caso estremamente interessante, perché negli ultimi quarant’anni ha attraversato trasformazioni di portata straordinaria.

È dunque interessante cercare di comprendere, almeno nelle sue linee generali, come sia avvenuto questo eccezionale sviluppo economico e tecnologico. Il passaggio fondamentale è stato quello da un paese essenzialmente assemblatore — questa era la Cina dei primi anni Duemila, quando venivano assemblati prodotti la cui tecnologia era sviluppata altrove — a un paese innovatore, cioè capace di progettare e produrre tecnologia propria.

Seguire l’evoluzione di questo processo dinamico è quindi estremamente affascinante e istruttivo, anche perché offre uno sguardo privilegiato sui meccanismi attraverso cui sistemi economici e tecnologici complessi possono trasformarsi nel tempo.

Per comprendere questo processo è utile partire da come una parte importante dell’economia mainstream interpreta le differenze di sviluppo tra i paesi. Una delle formulazioni più influenti è quella proposta da Daron Acemoglu insieme a James A. Robinson, sviluppata in numerosi articoli accademici e nel libro Why Nations Fail.

Secondo questa teoria, la principale spiegazione delle differenze di prosperità tra le nazioni non risiede tanto nella geografia, nella cultura o nelle risorse naturali, ma nella natura delle istituzioni politiche ed economiche che organizzano la società. Acemoglu e Robinson distinguono in particolare tra istituzioni inclusive e istituzioni estrattive.

Le istituzioni inclusive sono quelle che permettono a una larga parte della popolazione di partecipare alla vita economica e politica. Esse garantiscono diritti di proprietà relativamente sicuri, libertà di intraprendere attività economiche, accesso relativamente aperto ai mercati e opportunità di mobilità sociale. Dal punto di vista politico, queste istituzioni sono associate a forme di governo relativamente pluralistiche, in cui il potere non è concentrato in modo permanente nelle mani di una ristretta élite. Secondo questa prospettiva, tali istituzioni favoriscono la crescita perché creano incentivi all’investimento, all’innovazione e a ciò che Schumpeter chiamava “distruzione creatrice”, cioè il continuo rinnovamento tecnologico e produttivo.

Le istituzioni estrattive, al contrario, sono quelle in cui il potere politico ed economico è concentrato nelle mani di una ristretta élite che utilizza lo Stato per estrarre risorse dalla società. In questi sistemi i diritti di proprietà sono più fragili, l’accesso alle opportunità economiche è limitato e la mobilità sociale è ridotta. In tali condizioni l’élite dominante ha spesso l’interesse a preservare lo status quo e può ostacolare innovazioni che minaccerebbero il proprio potere. Per questo motivo, secondo la teoria di Acemoglu, le economie basate su istituzioni estrattive possono talvolta crescere rapidamente nel breve periodo — per esempio grazie a investimenti massicci o alla mobilitazione forzata delle risorse — ma difficilmente riescono a sostenere nel lungo periodo una crescita basata sull’innovazione tecnologica.

È proprio in questo quadro teorico che Acemoglu interpreta il caso cinese. La Cina, pur avendo registrato tassi di crescita straordinari negli ultimi decenni, rimane secondo questa interpretazione un sistema dominato da istituzioni politiche ed economiche di tipo estrattivo. Di conseguenza, la teoria suggerisce che nel lungo periodo il paese incontrerà limiti strutturali alla propria capacità di innovare e che la crescita basata sull’industrializzazione e sugli investimenti non potrà continuare indefinitamente. In questa prospettiva, gli spettacolari tassi di crescita registrati negli ultimi decenni sarebbero destinati progressivamente a rallentare. Secondo questa interpretazione, dunque, la Cina, pur avendo conosciuto una crescita molto rapida, rimarrebbe un paese comunista privo di istituzioni che promuovono libertà economiche e politiche secondo il modello liberale; per questo motivo, il suo sviluppo sarebbe destinato prima o poi a esaurirsi. In sostanza, la narrazione dominante è stata a lungo la seguente: sì, la Cina è cresciuta, ma si tratterebbe di un fenomeno transitorio, destinato nel tempo a perdere slancio.

Noi abbiamo invece cercato di affrontare la questione da un punto di vista empirico, analizzando una serie di indicatori macroeconomici e tecnologici nel lungo periodo. In un lavoro scientifico[3] che abbiamo recentemente pubblicato sosteniamo che la dinamica dello sviluppo cinese sia molto più complessa e non possa essere compresa attraverso una lettura puramente istituzionale di questo tipo. Piuttosto, riteniamo che sia necessario seguire l’evoluzione storica ed economica della Cina negli ultimi decenni, ricostruendo i principali passaggi che hanno trasformato il paese da piattaforma manifatturiera a basso costo a uno dei principali poli globali di innovazione tecnologica.

Un passaggio chiave della storia contemporanea è stato senza dubbio il crollo dell’Unione Sovietica. In quel momento si affermò l’idea che non esistessero alternative al modello economico occidentale. La liberalizzazione dei commerci e dei movimenti di capitale, le privatizzazioni, la finanziarizzazione dell’economia e la riduzione della spesa pubblica divennero i pilastri di quello che venne chiamato Washington Consensus, promosso dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale.

Questo quadro si fondava sull’assunto, sintetizzato dalla celebre formula di Margaret Thatcher — there is no alternative — secondo cui il modello di capitalismo liberalizzato rappresentava l’unica via possibile allo sviluppo. I suoi capisaldi erano: la liberalizzazione del commercio internazionale e dei flussi di capitale; la privatizzazione delle imprese pubbliche; l’idea che la finanziarizzazione dei mercati migliorasse l’allocazione del rischio e del capitale; la limitazione della capacità dei governi di accumulare debito pubblico; e il riorientamento della spesa pubblica, con una riduzione dei sussidi e degli interventi diretti dello Stato nell’economia, inclusi quelli destinati a istruzione, ricerca, sanità e infrastrutture.

A un certo punto, tuttavia, è diventato evidente che questo modello non funzionava ovunque. In molti paesi si è osservato un forte aumento delle disuguaglianze; le privatizzazioni forzate hanno spesso favorito élite locali o investitori stranieri senza generare una reale redistribuzione della ricchezza, mentre i tagli alla spesa pubblica hanno peggiorato le condizioni di vita di ampie fasce della popolazione. In sostanza, si è tentato di applicare un modello unico a paesi con storie, istituzioni e strutture economiche profondamente diverse.

Il paradigma dominante sosteneva che esistessero due condizioni necessarie e sufficienti per lo sviluppo: la liberalizzazione dei mercati e l’introduzione di istituzioni democratiche. Su questa base venne applicata nei paesi dell’ex blocco sovietico la cosiddetta shock therapy, ispirata ai principi del Washington Consensus. Le politiche adottate prevedevano la liberalizzazione immediata dei prezzi, rapide privatizzazioni, apertura ai flussi finanziari internazionali e una drastica riduzione del ruolo dello Stato nell’economia. Il risultato storico, osservato in molti paesi dell’ex Unione Sovietica e dell’Europa orientale, fu però spesso un forte crollo produttivo, iperinflazione, aumento delle disuguaglianze, deindustrializzazione e la formazione di potenti oligarchie economiche.

Un esempio emblematico è la Russia degli anni Novanta. Qui la cosiddetta shock therapy — cioè la transizione rapida da un’economia pianificata a un’economia di mercato liberalizzata — provocò una crisi economica di dimensioni straordinarie: il PIL pro capite crollò di circa il 40% in meno di dieci anni. Solo dalla fine degli anni Novanta, con il rafforzamento delle istituzioni statali e una maggiore stabilizzazione del sistema economico, la situazione ha iniziato gradualmente a migliorare.

La Cina ha invece seguito una traiettoria molto diversa da quella suggerita dal Washington Consensus. Mentre quest’ultimo presupponeva una liberalizzazione rapida dei mercati, privatizzazioni su larga scala e una drastica riduzione del ruolo dello Stato, la strategia cinese si è basata su un approccio opposto: riforme graduali, reversibili e fortemente coordinate dalle istituzioni pubbliche.

Il processo di trasformazione economica è stato caratterizzato da una forte sperimentazione locale — spesso descritta con l’espressione “attraversare il fiume tastando le pietre” — e da un sistema duale in cui, per lungo tempo, hanno coesistito prezzi amministrati e prezzi di mercato. Lo Stato ha mantenuto il controllo dei settori strategici e ha seguito una sequenza precisa nelle riforme: prima l’espansione della produzione e della base industriale, poi la progressiva liberalizzazione dei prezzi e solo successivamente l’apertura commerciale e finanziaria.

A partire dagli anni Novanta, questo approccio gradualista coordinato dallo Stato ha prodotto una trasformazione economica straordinaria. Il PIL pro capite cinese è cresciuto in modo impressionante: tra il 1990 e il 2024 è aumentato di circa quattordici volte in termini di parità di potere d’acquisto.

Proprio per sottolineare il contrasto con il paradigma dominante è stata coniata l’espressione Beijing Consensus. Con essa si intende un modello di sviluppo fondato su una strategia industriale guidata dallo Stato, che combina meccanismi di mercato con un’ampia presenza pubblica nell’economia e una forte capacità di pianificazione. A differenza del Washington Consensus, che proponeva un insieme di ricette standard applicabili universalmente, questo approccio enfatizza l’autonomia delle politiche economiche nazionali, la sperimentazione istituzionale e l’adattamento delle riforme alle condizioni storiche e sociali specifiche di ciascun paese.

Uno degli elementi più interessanti del caso cinese è stato proprio l’approccio sperimentale: molte politiche economiche sono state inizialmente testate in alcune province o regioni e solo successivamente estese al resto del paese. Questo metodo di sperimentazione e adattamento delle politiche è qualcosa che nei paesi occidentali viene utilizzato molto più raramente.

Più in generale, lo sviluppo cinese si è fondato su strategie radicate nella storia locale e nelle specificità istituzionali del paese, piuttosto che sull’adozione di un modello economico standardizzato importato dall’esterno. Proprio questo contrasto tra due visioni dello sviluppo — quella universalistica del Washington Consensus e quella pragmatico-sperimentale che caratterizza l’esperienza cinese — costituisce uno degli elementi centrali per comprendere le dinamiche dell’economia globale negli ultimi decenni.

Se confrontiamo le traiettorie di crescita, vediamo che mentre la Cina ha registrato una crescita spettacolare, molti paesi occidentali hanno avuto una dinamica molto più debole. L’Italia, per esempio, è sostanzialmente ferma in termini di PIL pro capite dall’inizio degli anni Duemila.

Lo straordinario sviluppo economico e manifatturiero della Cina ha coinciso con uno dei cambiamenti strutturali più importanti nelle economie occidentali: la trasformazione da sistemi produttivi fondati sulla manifattura a economie sempre più basate sui servizi e sulla finanza. Questo processo ha rappresentato un enorme vantaggio per la Cina, poiché una parte significativa della produzione industriale occidentale è stata progressivamente delocalizzata proprio nel paese asiatico. In questo senso, la deindustrializzazione relativa dell’Occidente e l’industrializzazione accelerata della Cina possono essere viste come due facce dello stesso processo: l’ascesa manifatturiera cinese è stata in larga misura alimentata dallo spostamento globale delle catene produttive.

Questa dinamica ha avuto effetti profondi. Nei paesi occidentali la rendita finanziaria è progressivamente diventata più redditizia dell’investimento produttivo, contribuendo ad ampliare le disuguaglianze. Allo stesso tempo si è osservato un forte aumento dei prezzi nei settori dei servizi — come sanità, istruzione e abitazioni — mentre i prezzi dei beni tecnologici sono rimasti relativamente bassi o sono addirittura diminuiti in termini reali.

Questo fenomeno è stato reso possibile in larga misura proprio dalla produzione in Cina, dove per molti anni il costo del lavoro è stato una frazione di quello occidentale, i sindacati erano poco organizzati e le norme di tutela ambientale meno stringenti. In questo modo l’integrazione della Cina nelle catene globali della produzione ha contribuito a mantenere bassi i prezzi dei beni manifatturieri nei paesi avanzati, mentre al tempo stesso ha accelerato il processo di trasformazione strutturale delle economie occidentali.

Un punto chiave di questo processo è stato l’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) nel 2001, che ha accelerato enormemente la sua integrazione nell’economia globale. Questo passaggio ha favorito l’espansione delle esportazioni cinesi, l’ingresso massiccio di investimenti stranieri e l’integrazione del paese nelle catene globali del valore, consolidando il ruolo della Cina come principale piattaforma manifatturiera del mondo.

Questo è, in grandi linee, il percorso storico che ha dato origine allo straordinario sviluppo economico della Cina. Nel nostro lavoro abbiamo cercato di identificare alcuni indicatori macroeconomici capaci di descrivere la trasformazione del paese da semplice piattaforma di assemblaggio a centro di innovazione tecnologica.

L’idea di fondo è che le idee viaggiano sulle gambe delle persone. Per diventare un paese tecnologicamente avanzato è stato quindi necessario formare una vasta classe di scienziati e ingegneri. A partire dagli anni Duemila, la Cina ha investito in modo massiccio nell’istruzione superiore, nella ricerca scientifica e nello sviluppo tecnologico, creando le basi per il passaggio da una produzione a basso valore aggiunto a settori industriali e tecnologici sempre più avanzati.

Abbiamo quindi cercato di identificare alcuni indicatori macroeconomici capaci di catturare i principali cambiamenti strutturali nella traiettoria di sviluppo scientifico e tecnologico della Cina. La nostra analisi suggerisce che la transizione del paese da piattaforma di assemblaggio a basso costo a centro di innovazione tecnologica sia stata guidata da un investimento statale sostenuto e sistematico nella ricerca e sviluppo, nell’istruzione superiore e nella formazione del capitale umano. Sebbene il sistema politico cinese abbia fornito le condizioni istituzionali che hanno reso possibile questo processo, l’espansione della forza lavoro altamente istruita — laureati, ricercatori e professionisti qualificati — ha rappresentato uno dei motori principali della trasformazione.

Sulla base di questi indicatori possiamo distinguere tre fasi principali nello sviluppo economico e tecnologico della Cina.

La prima fase, che si estende fino all’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio nel 2001, è caratterizzata da una produzione industriale a basso valore aggiunto, da un costo del lavoro molto contenuto e da un forte programma di investimenti in infrastrutture. In questo periodo iniziano anche ad aumentare in modo significativo gli investimenti nell’istruzione superiore, ponendo le basi per la formazione di capitale umano qualificato.

La seconda fase, tra il 2001 e circa il 2015, vede il consolidamento della base industriale e una rapida espansione delle esportazioni manifatturiere. Parallelamente cresce in modo significativo il capitale umano avanzato, soprattutto nelle discipline scientifiche e tecnologiche. Aumenta il numero di studenti di dottorato e di pubblicazioni scientifiche, mentre i salari iniziano a crescere e il sistema produttivo si diversifica progressivamente, passando dalla semplice produzione di beni a basso valore aggiunto verso attività industriali più complesse.

La terza fase, che si sviluppa a partire dalla metà degli anni 2010, è caratterizzata dall’emergere di una vera e propria leadership tecnologica in diversi settori di frontiera, come l’energia solare, i veicoli elettrici e numerose tecnologie avanzate. In questa fase si osservano una rapida crescita dei salari, un forte aumento dell’innovazione domestica e lo sviluppo di filiere industriali sempre più integrate. Il modello produttivo cinese si basa ormai in misura crescente sull’innovazione tecnologica e sulla costruzione di una maggiore autosufficienza in settori strategici.

Un esempio concreto di questa trasformazione è rappresentato dalla produzione degli iPhone. Nei primi anni, la quota di valore che rimaneva in Cina era minima, perché il paese svolgeva quasi esclusivamente attività di assemblaggio finale. Oggi questa quota è aumentata in modo significativo, poiché una parte crescente delle componenti tecnologiche e delle competenze necessarie alla produzione viene sviluppata direttamente all’interno del sistema industriale cinese.

La rete globale di produzione dell’iPhone evidenzia infatti come la creazione e la cattura del valore siano distribuite lungo diverse fasi della filiera: progettazione, componenti ad alta tecnologia, assemblaggio, logistica e branding. Nel 2018, la quota di valore trattenuta dalla Cina per ogni iPhone era passata da appena 1,30 dollari nel 2009 a oltre 10,40 dollari, con un aumento di circa l’800%. Questo dato riflette il passaggio della Cina da semplice piattaforma di assemblaggio a attore sempre più rilevante nella produzione di componenti e nello sviluppo tecnologico.

Dietro questa trasformazione vi è stata anche una forte capacità dello Stato di orientare e disciplinare il sistema finanziario verso obiettivi produttivi. In Occidente questa idea suscita spesso diffidenza, ma nel caso cinese ha funzionato come uno strumento fondamentale di coordinamento dello sviluppo economico. Nel corso delle tre fasi delineate in precedenza, lo Stato ha svolto il ruolo di forza organizzatrice, plasmando la direzione, il ritmo e la sequenza della trasformazione strutturale.

Attraverso l’allocazione di risorse verso settori produttivi strategici, il sostegno alla crescita di distretti industriali orientati all’export e l’investimento continuo nell’istruzione superiore e nella ricerca scientifica, l’apparato politico cinese ha contribuito ad allineare gli incentivi tra imprese e istituzioni, rendendo possibile un processo cumulativo di upgrading tecnologico. Un elemento centrale di questo processo è stata la capacità dello Stato di mobilitare e disciplinare la finanza: il controllo delle principali istituzioni finanziarie ha infatti consentito di indirizzare il credito verso obiettivi di lungo periodo, sostenendo l’approfondimento industriale anche in assenza di ritorni economici immediati e certi.

I numeri parlano da soli. Vale quindi la pena esaminarne alcuni più in dettaglio, perché forniscono un quadro generale molto utile per comprendere la dinamica temporale attraverso cui questo processo di crescita si è sviluppato. Prima di procedere è necessario chiarire un punto importante. Quando si confrontano le dimensioni delle economie nazionali è importante distinguere tra PIL nominale e PIL a parità di potere d’acquisto (PPP, Purchasing Power Parity). Il PIL nominale misura il valore dei beni e servizi prodotti in un paese convertendo il prodotto interno lordo nella valuta internazionale (di solito il dollaro) utilizzando i tassi di cambio di mercato. Questo indicatore riflette quindi il peso di un’economia nei mercati finanziari e nel commercio internazionale, ma è fortemente influenzato dalle oscillazioni dei tassi di cambio. Il PIL PPP, invece, corregge questo confronto tenendo conto delle differenze nei livelli dei prezzi tra i vari paesi. In altre parole, misura quanta produzione reale un’economia genera considerando quanto effettivamente si può acquistare con il reddito prodotto all’interno del paese. Poiché in paesi come la Cina molti beni e servizi hanno prezzi più bassi rispetto alle economie avanzate, il PIL calcolato a parità di potere d’acquisto risulta significativamente più elevato rispetto a quello nominale. Per questa ragione molti economisti preferiscono utilizzare il PIL PPP quando confrontano la dimensione reale delle economie di paesi diversi, in particolare nel caso di Cina e Stati Uniti. Utilizzando il PIL nominale, gli Stati Uniti appaiono ancora la prima economia mondiale, ma, se si considera il PIL PPP, la Cina ha già superato gli Stati Uniti da alcuni anni. La scelta dell’indicatore diventa quindi cruciale nel dibattito sul possibile “sorpasso” economico della Cina, perché il PIL PPP riflette meglio la capacità produttiva reale e il peso economico complessivo di un paese nel lungo periodo.

Come abbiamo visto, il PIL pro capite della Cina in termini di parità di potere d’acquisto (PPP) è cresciuto di circa quattordici volte dal 1990 a oggi. Anche il PIL totale, misurato in PPP, è aumentato in modo straordinario: nel 2017 ha superato quello degli Stati Uniti, segnando un passaggio simbolicamente molto importante nel riequilibrio dell’economia globale.

La Cina è diventata la prima potenza manifatturiera mondiale. Se nei primi anni Duemila la sua quota della produzione manifatturiera globale era inferiore al 10%, oggi sfiora il 35% del totale mondiale. Ciò significa che la Cina produce ormai una quota della manifattura globale superiore alla somma di Stati Uniti, Europa e Giappone.

Due indicatori sintetici rendono bene l’idea di questa trasformazione. Il primo è la produzione di energia elettrica, passata da circa 1,5 mila terawattora nel 2000 a oltre 10 mila terawattora oggi. Il secondo è la produzione di acciaio: da circa 70 milioni di tonnellate nel 1990 — un livello comparabile a quello degli Stati Uniti di oggi — a oltre un miliardo di tonnellate attuali. Questi numeri illustrano in modo evidente la scala straordinaria dell’espansione industriale cinese negli ultimi decenni.

Parallelamente sono aumentati in modo significativo anche i salari reali, che dal 2000 sono cresciuti di circa sette volte. All’inizio degli anni Duemila il costo medio del lavoro nella manifattura cinese era pari a pochi decimi di dollaro l’ora; oggi è salito fino a sfiorare i 10 dollari l’ora. In altri paesi del Sud-Est asiatico — come Vietnam, Thailandia, Malesia e anche India — il costo del lavoro manifatturiero rimane invece generalmente inferiore ai 2 dollari l’ora.

La crescita manifatturiera ha avuto anche un’importante conseguenza sul piano commerciale: la Cina è diventata il principale paese esportatore al mondo. La sua quota delle esportazioni globali è passata da circa il 5% nel 2000 a oltre il 25% nel 2025, rendendola il principale partner commerciale per un numero sempre maggiore di paesi e sostituendo in molti casi proprio gli Stati Uniti in questo ruolo.

Tuttavia, il peso delle esportazioni sul PIL cinese rimane relativamente contenuto: circa il 14%, contro l’11% degli Stati Uniti e percentuali molto più elevate in altre economie avanzate, come l’Unione Europea e il Giappone, dove le esportazioni rappresentano circa il 37% del PIL.

Anche la struttura degli scambi tra Stati Uniti e Cina è particolarmente significativa. Gli Stati Uniti esportano soprattutto prodotti agricoli e dell’allevamento, mentre la Cina esporta beni manifatturieri ad alto contenuto tecnologico e materiali strategici come le terre rare. Questo scambio riflette bene la trasformazione della struttura produttiva cinese e il nuovo ruolo che il paese ha assunto nell’economia globale.

In questo modo il paese è diventato leader in numerose tecnologie strategiche, in particolare nei settori delle telecomunicazioni e delle tecnologie avanzate dell’informazione, così come in molti ambiti dell’alta tecnologia, tra cui i pannelli solari, le terre rare, le batterie al litio e le automobili elettriche.

Il motore di questo cambiamento straordinario è stato l’investimento nella ricerca e nella formazione. La spesa in ricerca e sviluppo è cresciuta in modo costante, passando da meno di 100 miliardi di dollari all’inizio degli anni Duemila a circa 800 miliardi oggi, superando quella europea (circa 500 miliardi) e avvicinandosi molto a quella degli Stati Uniti (circa 823 miliardi). È proprio questo enorme investimento che ha permesso alla Cina di diventare una vera e propria superpotenza scientifica.

Il numero di articoli scientifici pubblicati è passato da poche decine di migliaia a circa 900 mila all’anno. Anche la qualità della produzione scientifica è aumentata in modo significativo: oggi la Cina pubblica più articoli scientifici altamente citati — cioè quelli più letti e influenti nei rispettivi campi di ricerca — degli Stati Uniti, superando questi ultimi per quota di articoli tra i più citati a livello mondiale. Nella classifica dell’indice della rivista Nature, che ordina le istituzioni scientifiche sulla base di diversi indicatori bibliometrici legati alla produzione e all’impatto della ricerca, la presenza cinese è oggi dominante. Tra le prime dieci istituzioni al mondo figurano infatti sette istituzioni cinesi, insieme a Harvard (Stati Uniti), al CNRS (Francia) e al Max Planck Institute (Germania). Questo dato riflette in modo evidente la rapidità con cui il sistema scientifico cinese si è espanso e consolidato negli ultimi due decenni.

Non sorprende dunque che i ricercatori cinesi occupino oggi le prime posizioni per numero di pubblicazioni scientifiche in settori come la robotica, l’intelligenza artificiale, i settori ingegneristici che riguardano le tecnologie delle energie alternative, la fisica e molte altre discipline tecnologiche. È importante tuttavia sottolineare che, almeno per il momento, la ricerca cinese è particolarmente avanzata nei campi più orientati all’applicazione e allo sviluppo tecnologico, mentre lo è meno nei settori più teorici.

Questo non deve sorprendere. Lo sviluppo di discipline teoriche, come la fisica fondamentale o la matematica pura, richiede tempi più lunghi per la formazione di scuole scientifiche consolidate e di comunità di ricerca mature. Si tratta di processi che si sviluppano nell’arco di più generazioni accademiche, mentre la rapida espansione della ricerca applicata e tecnologica può avvenire più velocemente quando è sostenuta da forti investimenti e da una domanda industriale crescente.

Se la crescita economica e scientifica è stata rapida, quella nella formazione è stata ancora più imponente. Nel 2000 il numero di laureati nelle università e nei junior college cinesi ammontava a poche centinaia di migliaia; nel 2020 supera i 12 milioni all’anno. In particolare, il numero di laureati nelle discipline STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) ha superato i 3,5 milioni, superando l’India (circa 2,5 milioni) e distanziando nettamente gli Stati Uniti (circa 820 mila). Anche nel livello più avanzato della formazione la crescita è stata straordinaria: i dottorati annuali nelle discipline STEM superano oggi gli 80 mila, più del doppio di quelli conferiti negli Stati Uniti. Questa espansione delle capacità scientifiche si riflette direttamente nell’innovazione tecnologica, nei brevetti e nello sviluppo industriale, per esempio nella produzione di automobili elettriche e di pannelli solari.

L’altra faccia della leadership nella produzione di articoli scientifici altamente citati è il rapido avanzamento della Cina anche nel campo dell’innovazione tecnologica. Non a caso si dice spesso che la Cina stia “vincendo la gara dell’innovazione”. Secondo le statistiche dell’Organizzazione Mondiale della Proprietà Intellettuale (WIPO), la Cina è infatti oggi il primo paese al mondo per numero complessivo di brevetti registrati (patents), con circa 5 milioni di brevetti attivi, contro circa 3 milioni negli Stati Uniti e in Giappone.

È però importante distinguere tra brevetti concessi (patents granted) e domande di brevetto (patent applications). Le patent applications sono le richieste presentate agli uffici brevetti da inventori o imprese; solo una parte di queste viene successivamente esaminata e approvata, diventando un brevetto effettivamente concesso. In questo secondo indicatore — cioè nel numero annuale di domande di brevetto — la Cina domina ancora più nettamente: con circa 1,4 milioni di richieste all’anno, supera di gran lunga gli altri paesi industrializzati, che si collocano generalmente intorno alle 200–300 mila domande annue. Questa differenza riflette la straordinaria espansione dell’attività di ricerca applicata e di innovazione tecnologica nel sistema scientifico e industriale cinese.

I grandi progressi nella ricerca e nella tecnologia si riflettono chiaramente anche nell’industria automobilistica. Dal 2000 a oggi la Cina ha aumentato la propria produzione di automobili di circa il 1700%, mentre nello stesso periodo la crescita è stata molto più contenuta nelle principali economie industriali: circa 19% negli Stati Uniti, 17% in Giappone e 28% in Germania.

Questo straordinario aumento della capacità produttiva ha portato a un vero e proprio boom delle esportazioni automobilistiche, in particolare nel settore dei veicoli elettrici, dove la Cina è oggi uno dei principali leader globali. Negli ultimi vent’anni la quota della Cina nella produzione mondiale di automobili è passata da circa l’1% a quasi il 40%. Di conseguenza, il paese è diventato anche il primo esportatore mondiale di automobili: oggi esporta circa 6,4 milioni di veicoli all’anno, contro 4,2 milioni del Giappone e circa 1,4 milioni degli Stati Uniti.

Infine, l’ultimo settore che consideriamo è quello dei pannelli solari. La capacità installata in Cina è passata da valori quasi nulli nel 2010 agli attuali circa 360 gigawatt, contro i circa 200 gigawatt dell’Unione Europea e i 120 gigawatt degli Stati Uniti. Gli ingenti investimenti nel settore fotovoltaico hanno inoltre contribuito in modo decisivo alla riduzione dei costi: negli ultimi quindici anni il prezzo dei pannelli solari è diminuito di circa il 95%, rendendo questa tecnologia una delle fonti di energia rinnovabile più competitive a livello globale.

Osservando la dinamica temporale di questo processo abbiamo notato una sequenza piuttosto chiara. In una prima fase si è verificata una rapida espansione della manifattura e del PIL, trainata dall’integrazione della Cina nelle catene globali della produzione e da massicci investimenti in infrastrutture e capacità industriale. In una seconda fase, con un certo ritardo temporale, si è registrata una forte crescita della produzione scientifica, favorita dall’espansione dell’istruzione superiore e dagli ingenti investimenti pubblici in ricerca e sviluppo. Successivamente è aumentato in modo significativo il numero di brevetti e di innovazioni tecnologiche, fino ad arrivare allo sviluppo di interi settori industriali avanzati, come i veicoli elettrici, le tecnologie dell’informazione, le telecomunicazioni e l’energia solare.

Questa sequenza — crescita manifatturiera, espansione della formazione e della ricerca scientifica, aumento dei brevetti e infine sviluppo di industrie tecnologicamente avanzate — mostra in modo piuttosto evidente la trasformazione del sistema produttivo cinese: da un’economia inizialmente basata su produzioni a basso valore aggiunto e sull’assemblaggio di tecnologie sviluppate altrove, a un’economia sempre più fondata sull’innovazione, sulla ricerca e su settori industriali ad alta intensità tecnologica.

Da questo punto di vista, l’esperienza cinese suggerisce che lo sviluppo economico e tecnologico può seguire traiettorie più complesse di quanto previsto da alcune interpretazioni teoriche dominanti. In particolare, la narrativa secondo cui la Cina sarebbe destinata a fallire semplicemente perché non è una democrazia liberale non appare supportata dai dati empirici: l’evoluzione osservata negli ultimi decenni mostra invece un processo di upgrading industriale e scientifico coerente e di lungo periodo.

La lezione più generale che emerge da questa analisi riguarda il modo in cui interpretiamo i processi di sviluppo economico. Dopo il 1990, con il crollo dell’Unione Sovietica, si diffuse l’idea che la storia fosse in qualche modo giunta a una conclusione e che il modello della democrazia liberale e del libero mercato rappresentasse l’unico percorso possibile di sviluppo economico e politico. In questa visione, sintetizzata dalla celebre formula there is no alternative, le istituzioni economiche e politiche occidentali venivano considerate condizioni necessarie e sufficienti per la crescita e l’innovazione.

L’esperienza cinese degli ultimi quarant’anni mette in discussione questa interpretazione. Senza negare l’importanza dei mercati e dell’integrazione nell’economia globale, il caso cinese mostra che possono esistere traiettorie di sviluppo diverse, caratterizzate da un forte ruolo dello Stato nella definizione delle strategie industriali, da un uso coordinato della finanza a fini produttivi e da investimenti massicci e di lungo periodo nella formazione, nella ricerca e nell’innovazione tecnologica. In questo senso, lo sviluppo cinese non è stato il risultato di un semplice processo di liberalizzazione dei mercati, ma di una trasformazione strutturale guidata da politiche industriali e scientifiche di lungo periodo.

Naturalmente il modello cinese non è facilmente esportabile in altri contesti. Le istituzioni, la storia politica, la dimensione demografica e la struttura dello Stato cinese sono elementi specifici che difficilmente possono essere replicati altrove. Tuttavia, l’esperienza cinese suggerisce che lo sviluppo economico non segue necessariamente un unico schema universale e che le strategie di crescita tendono ad essere profondamente radicate nelle condizioni storiche e istituzionali di ciascun paese.

Da questo punto di vista è interessante osservare che anche lo sviluppo italiano del secondo dopoguerra presentava alcune caratteristiche analoghe: una forte politica industriale, un ruolo attivo dello Stato attraverso grandi imprese pubbliche e istituzioni finanziarie dedicate allo sviluppo, e una strategia economica fortemente legata alle specificità del contesto nazionale. La differenza fondamentale è che oggi la scala del fenomeno cinese è incomparabilmente più grande, e il suo impatto sull’economia globale è destinato a rimanere uno degli elementi centrali della trasformazione dell’ordine economico internazionale nel XXI secolo.

Letture consigliate

  • Pino Arlacchi “La Cina Spiegata all’Occidente”, Fazi, 2025
  • Fabio Massimo Parenti “La via cinese. Sfida per un futuro condiviso”, Meltemi, 2021
  • David Daokui Li, “China’s World View: Demystifying China to Prevent Global Conflict”, W W Norton & Co Inc, 2024
  • F. Sylos Labini & M. Caravani “Bussola per un mondo in tempesta”, Futura, 2024; tradotto in inglese “Conflict, Climate and Inequalities” Springer, 2025

[1] Contributo al Convegno “Noi e la Cina” Sassari 24 gennaio 2026. Questo contributo si basa sull’articolo Caravani M., Sylos Labini F. (2025), “La Cina e la sfida al primato scientifico e tecnologico occidentale”, Moneta e Credito, 78 (311), pp. XXX. Disponibile su https://rosa.uniroma1.it/rosa04/moneta_e_credito/article/view/19012

[2] Centro Ricerche Enrico Fermi, Via Panisperna 89a, 00186 Roma. Email: sylos@cref.it

[3] Caravani M., Sylos Labini F. (2025), “La Cina e la sfida al primato scientifico e tecnologico occidentale”, Moneta e Credito, 78 (311), pp. XXX. Disponibile su https://rosa.uniroma1.it/rosa04/moneta_e_credito/article/view/19012

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