Finanziamenti: top-down o bottom-up?

Diapositiva060M: I finanziamenti alla ricerca di base dovrebbero essere fondamentali per diversificare la ricerca e sottrarla al conformismo accademico. Ma a dispetto di ciò il maxi finanziamento europeo allo Human Brain Project[3]è stato un esempio, per altro molto criticato dalla stessa comunità scientifica, di “big science” calata dall’alto, che impone una linea di ricerca troppo rigida su un tema, la comprensione del cervello umano, che ha bisogno quanto mai di pluralità di vedute. In Italia lo Human Technopole che sorgerà sulle ceneri di EXPO riceverà un finanziamento di un miliardo e mezzo di euro nei prossimi 10 anni, mentre i Progetti di Rilevante Interesse Nazionale (PRIN) prevedono la spartizione di 92 milioni di euro per progetti triennali provenienti da tutte le aree scientifico-disciplinari. Perché la classe dirigente attuale si aspetta che questa sia una strategia vincente, mentre lei nel suo libro argomenta nella direzione opposta?

FSL: Purtroppo l’egemonia culturale che abbiamo visto essere presente nell’economia ha percolato in tutta la società e specialmente tra le classi dirigenti che si accontentano di ricette superficiali e ideologiche, potremmo dire mitologiche, sul funzionamento della ricerca e dell’istruzione superiore. Ormai per gli stati la panacea di tutti i problemi, nel campo dell’istruzione superiore e della ricerca, è l’aspirazione ad avere l’università di Harvard nel proprio territorio: quello che chiamo il “modello Harvard here”. Come se questa fosse la soluzione a tutti i problemi e come se bastasse avere una o qualche università nelle prime cento posizioni al mondo per trasmettere conoscenza e capacità a tutto il sistema. Questa è una visione ideologica che si rifà alla trickle down economics (economia dell’”effetto sgocciolamento”) e di cui abbiamo già visto gli effetti nella società: accentramento della ricchezza in una piccola élite e impoverimento progressivo di tutto il resto della popolazione.

Quello che sottende questo modello è una pianificazione top-down per poter sviluppare ricerca e didattica di alto livello. In realtà questo modello iper-competitivo somiglia ogni giorno di più al tanto vituperato modello centralizzato di sovietica memoria in cui lo stato cercava di programmare come, quando e perché la ricerca dovesse essere svolta. La spinta per questo tipo di politica è di nuovo una ignoranza strutturale su come funziona la ricerca in realtà: la diversificazione invece che l’accentramento è la chiave per lo sviluppo di un sistema di ricerca innovativo. Questo è il risultato che si può osservare essersi realizzato nei maggiori paesi industrializzati. D’altro canto la canalizzazione dei fondi di ricerca su determinati temi sta soffocando l’innovazione: la storia della scienza, infatti, ci insegna che non è la competizione tra i singoli ma la competizione tra le idee e tra i progetti di ricerca alternativi la spinta propulsiva del progresso scientifico e tecnologico. Inoltre questa tendenza permette un controllo politico sui temi della ricerca: questo è il caso dei campi più vicini a interessi immediati politici ed economici. Nel nostro paese, per fare un esempio, gli esperti valutatori per l’area economica erano anche membri, per la maggior parte, di un partito politico (Fermare il Declino, il cui leader era Oscar Giannino): un caso allarmante ed evidente di ingerenza della politica nella scienza e nella ricerca.


Seguito dell’intervista pubblicata su Micromega a cura di Olmo Viola e Francesco Suman clicca qui per leggere la versione integrale 
 e qui per le varie puntate su questo blog

 

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