#ProgrammaUniversità: il sistema di finanziamento per l’Università

fslIl finanziamento di università e della ricerca è fondamentale per garantire che le nuove generazioni del nostro Paese siano adeguatamente formate e, dunque, in grado di competere nel sistema globale. L’attuale sistema di finanziamento risulta essere estremamente disomogeneo e inadeguato per affrontare in modo incisivo le sfide del futuro. Una seria riflessione si rende necessaria anche rispetto al modo nel quale vengono valutati i sistemi di università e ricerca dal momento che, a cascata, la valutazione incide sull’entità dei finaziamenti.

di Francesco Sylos Labini (vedi il contributo video)

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Università, più matricole e meno soldi

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Tra una settimana, il 21 giugno, iniziano gli esami di maturità. Sono 505 mila gli studenti coinvolti. Passata l’estate, più della metà di loro si iscriverà in una delle università italiane. Almeno così dicono i dati riferiti al passato. Gli ultimi del Miur del 2016 parlano di 283 mila matricole. Il 2016 è stato un anno di ripresa delle iscrizioni all’università, dopo anni di declino. Resta comunque lontano il record assoluto del 1993 quando furono 360 mila i nuovi iscritti. Memos ha chiesto oggi a Francesco Sylos Labini e Gianfranco Viesti una descrizione dello stato di salute dell’università italiana, in particolare di quella pubblica.

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La domanda della Regina

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“La domanda della regina” è uno spettacolo teatrale di Guido Chiarotti e Giuseppe Manfridi.  messo in scena da Piero Maccarinelli per una nuova produzione del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, con Adriano Braidotti, Ester Galazzi e Francesco Migliaccio quali protagonisti. Postfazione di Francesco Sylos Labini. 

La crisi finanziaria del 2008 è stata innanzitutto un catastrofico fallimento delle previsioni economiche sotto tanti punti di vista. Uno degli errori che più è stato discusso è quelle delle tre agenzie di rating per eccellenza (Standard & Poors’s, Moody’s e Fitch Ratings): queste avevano assegnato la classe di rischio meno elevato, generalmente riservata ai governi più solventi del mondo e alle migliori aziende, a complessi strumenti finanziari la cui probabilità di default si è rivelata essere centinaia di volte maggiore di quella prevista. Così miliardi di dollari d’investimenti valutati a basso rischio si sono invece rivelati essere del tutto insicuri. Ma la responsabilità del fallimento delle previsioni non è solo delle agenzie di rating, ed è necessario andare alla radice del problema. Perché queste previsioni sono fallite in maniera così catastrofica?

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Perché le previsioni economiche sono (quasi) sempre sbagliate?

In questo contributo si considera la qualità della gran parte delle previsioni economiche prima e dopo la grande recessione nel 2008 e si discute la ragione teorica alla base del loro fallimento. In particolare si discuteranno le previsioni economiche basate sulla teoria economica neoclassica che ha fornito la base teorica per l’idea che, al fine di aumentare l’efficienza del mercato, i governi dovrebbero privatizzare le loro industrie e deregolamentare i mercati stessi. Questo risultato sarebbe provata da sofisticate teorie economiche, che, attraverso procedure logico-deduttivo, caratterizzata da un rigore matematico formale, avrebbero fornito una serie di teoremi matematici per sostenere queste conclusioni. Tuttavia, considerando le assunzioni alla base dei teoremi matematici utilizzati in questa teoria economica, si riscontra una notevole differenza tra le condizioni in cui possono essere applicati e realtà. A differenza di teorie fisiche che sono stati oggetto di convalida intensiva attraverso esperimenti, sembra che l’economia neoclassica non è stata oggetto di una pressione simile per verificare la teoria contro l’evidenza empirica.

Le bufale sui finanziamenti che soffocano l’università

Articolo Pubblicato su Il Fatto Quotidiano il 21 Maggio 2017

 

Pochi giorni fa (il 14 maggio 2017) l’ex Presidente del Consiglio, intervenendo alla trasmissione l’Arena (video qui al minuto 1:49:40) ha rilanciato una fake news che da tempo ha inquinato il dibattito pubblico sul tema dell’università e della ricerca “In Italia i fondi per la ricerca non sono più bassi, a livello pubblico, della media europea”. ’origine della fake news, senza bisogno del debunker di turno tanto in voga di questi tempi, è molto semplice: l’ex Ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini intervistata dal Corriere della Sera, durante il periodo caldo della discussione di quella che (impropriamente) è passata alla storia come “Legge Gelmini” dichiarò “È risibile il tentativo di qualcuno di collegare la bassa qualità dell’Università italiana alla quantità delle risorse erogate. Il problema, come ormai hanno compreso tutti, non è quanto si spende (siamo in linea con la media europea) ma – osserva il ministro – come vengono spese le risorse destinate all’università” Il che significa che nonostante un investimento pari agli altri paesi europei la situazione dell’università e della ricerca italiana è mediocre e per questo bisogna procedere con l’infausta “riforma epocale” che porta il nome dello stesso ministro. Tuttavia all’epoca (2009), secondo i dati Eurostat, la spesa pubblica per istruzione terziaria in Italia non raggiungeva lo 0,7% del PIL contro una media Europea di circa il doppio.

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Ricerca e sviluppo come snodo per l’innovazione produttiva in Europa

UKEU_Jun2016La crisi economica del 2007-2008 ha rappresentato un punto di svolta storico nello sviluppo di molte economie nazionali. In particolare, alcuni paesi hanno interpretato la crisi come un’occasione per rilanciare le proprie politiche di sviluppo e dunque per aumentare l’investimento in ricerca e sviluppo (R&S) mentre altri hanno adottato, per ragioni diverse, una politica opposta che si è realizzata in tagli di bilancio proprio nei settori più sensibili da un punto di vista dello sviluppo tecnologico: ricerca, innovazione e alta formazione.

Se tra il 2000 e nel 2015 la media della spesa pubblica in R&S rispetto alla spesa pubblica totale dei paesi OCSE non è cambiata in maniera sensibile, rimanendo intorno a poco meno del 2%, vi sono state delle differenze importanti nella distribuzione di questa spesa tra i diversi paesi. Ad esempio la Germania ha aumentato l’investimento arrivando quasi al 2%, la Corea del Sud ha quasi raddoppiato puntando al 4% mentre la Spagna, l’Italia, la Francia e anche il Regno Unito hanno ridotto sensibilmente la spesa tra il 20% e il 40%, attestandosi tra l’1% (Italia) e l’1,5% (Regno Unito).

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Presentazione e discussione del libro “Rischio e Previsione: Cosa può dirci la scienza sulla crisi” di Francesco Sylos Labini.

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“Economisti e politici hanno bisogno di adottare una mentalità scientifica. Ecco come la scienza può aiutarci a capire la crisi economica e può fornirci soluzioni originali.
Ogni giorno ci viene ripetuto che esistono delle leggi di mercato, la domanda e l’offerta, che non possono che condizionare le nostre vite. Queste norme appaiono come ‘naturali’ quanto la legge di gravità, e gli economisti, utilizzando equazioni e modelli matematici, sono percepiti come gli scienziati destinati a comprenderle e a interpretarle.
Ma veramente possiamo fidarci delle previsioni dell’economia come di quelle della fisica? Ancora di più: l’economia è davvero una scienza?”

All’incontro con l’autore parteciperanno il professor Massimiliano Tancioni, docente di Politica Economica e il professor Fabrizio Patriarca, ricercatore aggiunto presso il dipartimento di Economia e Diritto.

 

Martedì 23 maggio dalle ore 16:00 alle ore 18:00,  Sapienza Università di Roma – Facoltà di Economia Via del Castro Laurenziano 9, 00161 Roma