Prevedere i terremoti

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Si può prevedere una crisi economica, un terremoto, un’epidemia o un uragano? Questo il tema di un convegno che abbiamo organizzato qualche anno fa. Ancora utile oggi per approfondire oggi il problema della previsioni dei terremoti.

Vari contributi del convegno sono stati pubblicati su un numero di Le Scienze disponibile al link qui sotto (qui l’articolo sulla previsione dei terremoti).

Mentre le slides ed altro materiale sono disponibili qui

Questo tema è stato poi sviluppato nel libro #RischioPrevisioni

Sviluppo e crescita

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M: Un ultimo punto. L’egemonia culturale imposta da questo paradigma economico ha intaccato anche la nostra idea di benessere, definito solo in relazione alla crescita del PIL nazionale: la massimizzazione del profitto è identificata con il benessere. Per non parlare dell’impatto ambientale della crescita: nessuna norma che mira a riequilibrare il mercato può riequilibrare la perdita di biodiversità, dovuta ad esempio a deforestazione o inquinamento industriale. I futuri modelli economici non dovrebbero mirare a ridefinire l’idea di benessere collettivo?

FSL: Sicuramente! La crescita e lo sviluppo sono due cose diverse. Il PIL può crescere fabbricando mine antiuomo e lo sviluppo può avvenire aumentando il tasso di scolarizzazione inferiore o superiore, cosa che non rientra nel computo del PIL. La misura quantitativa di per sé non riesce a cogliere la realtà nella sua complessità e si focalizza solo su qualche suo aspetto molto parziale e vagamente connesso con ciò che si vorrebbe misurare: questo è un problema ricorrente nelle misure pseudo-quantitative che si sono molto diffuse in ogni campo dell’attività umana proprio per la volontà di dare un valore a qualsiasi cosa.  Basti pensare che, ad esempio, oggi gli articoli scientifici si chiamano prodotti!

In realtà la risorsa fondamentale di ogni paese non è tanto il PIL, che può aumentare semplicemente vendendo risorse naturali per i paesi che le possiedono, ma è la diversificazione della sua struttura produttiva e del suo sistema di ricerca. E’ questa diversificazione che determina la potenzialità di sviluppo. In ultima analisi, questa è legata allo sviluppo infrastrutturale materiale e di conoscenze di ogni paese, che è rappresentato dall’insieme delle capacità produttive, delle materie prime, del livello d’istruzione medio, della qualità dell’istruzione avanzata e del sistema della ricerca di base, delle politiche del lavoro, della capacità di trasferimento tecnologico dall’accademia al sistema produttivo, del livello di welfare sociale, di una burocrazia e di un sistema di leggi efficienti. In pratica, da tutto ciò che concorre a creare un ambiente adatto allo sviluppo economico e civile. I beni si possono importare o esportare, mentre queste capacità sono intrinseche a ogni paese.

In breve, una risorsa fondamentale di ogni paese è determinata dalla complessità della sua struttura produttiva e della conoscenza; lo sforzo per lo sviluppo dovrebbe essere indirizzato a generare le condizioni che permettono l’emergenza della complessità per produrre crescita e prosperità. Lo sviluppo economico aumenta le capabilities di un paese e dunque anche il suo grado di sviluppo civile: questo permette, a sua volta, di favorire l’innovazione, che fornisce un vigoroso impulso allo sviluppo economico. Questo circolo tra sviluppo economico e sviluppo civile rende possibile non solo la crescita del PIL, ma lo sviluppo vero e proprio di un paese.


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Come distribuire e valutare ?

etrxcM: Tuttavia, ad essere realisti, non si può negare che non tutti i ricercatori e docenti producono la stessa qualità di ricerca: un qualche parametro trasversale di valutazione va trovato. Vi è una parte propositiva nel suo libro? In altri termini, anche il bando diversificato con un 30% di esiti positivi richiede una selezione e una valutazione, ma di che tipo? Solo a priori o anche a posteriori per verificare come sono stati impiegati i soldi pubblici?

FSL: Nel mio libro discuto il problema del finanziamento ai progetti. In genere ci si concentra esclusivamente sull’idea di rendere la ricerca più conveniente ritirando i fondi ai «cattivi ricercatori» per darli piuttosto ai «buoni ricercatori». Non ci si preoccupa della possibilità di fare un errore di questo tipo: ritirare i finanziamenti ai ricercatori che avrebbero compiuto importanti progressi se la loro ricerca fosse stata sostenuta.  Una delle idee che mi sembrano interessanti da considerare per alleviare il problema, e che da poco ha avuto risonanza anche su riviste di una certa notorietà, riguarda l’introduzione di un po’ di casualità nel processo di selezione. Un po’ di rumore può aiutare a dirottare i fondi di ricerca verso progetti che non siano troppo conformisti: in fin dei conti è una storia nota, e anche nella scelta del Doge di Venezia si adottava un criterio che introduceva un po’ di casualità per non scegliere sempre i rampolli delle solite famiglie

Per quanto riguarda la valutazione dell’operato dei ricercatori e dei docenti la situazione è diversa. Innanzitutto bisogna sempre tener conto di due punti: (1) il compito di un docente universitario non è solo far ricerca e (2) le aree più problematiche sono quelle contigue alle professioni. Per quanto riguarda il primo punto, malgrado sia ovvio, molto spesso viene dimenticato: nell’università è importante la didattica oltre che la ricerca. La valutazione della didattica è molto più difficoltosa, ma questo non è un buon motivo per ignorarla come viene fatto ora: il filosofo della scienza Donald Gillies nel suo interessante libro “How should research be organized” ha proposto con un certo dettaglio un sistema di valutazione che consideri la didattica e non soffochi l’innovazione. Per quanto riguarda il secondo punto è del tutto chiaro che le aree in cui ci sono fenomeni più frequenti di malcostume sono quelle in cui l’attività accademica e quella professionale sono molto vicine, e in cui l’una supporta l’altra. Per questo basterebbe intervenire in maniera semplice a partire da un monitoraggio degli incarichi e dalle entrare extra universitarie. In ogni caso un discorso serio sulla valutazione si può fare solo in presenza di risorse e non in una situazione di radicale riduzione di queste.


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Economia eterodossa e ortodossa

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M: Il quadro che viene a dipingersi pare piuttosto cupo visti i tanti effetti collaterali dei modelli “platonici” degli economisti sulle istituzioni e sulla qualità della vita dei cittadini, inoltre i politici non sembrano ben predisposti ad alcuna epifania su tali questioni. Lei cita nel suo libro un articolo di Jean Philippe Bouchaud, datato al 2008 e pubblicato su Nature, che invoca una rivoluzione scientifica per l’economia. Isaac Asimov ne “il ciclo della fondazione” aveva inventato una scienza statistica immaginaria, la psicostoria (un misto di psicoanalisi e teoria dei giochi), in grado di prevedere l’evoluzione della società umana. Possiamo usarla come analogia per domandarle quanto distanti siano eventuali programmi di ricerca odierni in economia, magari bollati come eretici dai neoclassici, da quell’ideale conoscitivo auspicato e realizzato nelle storie di Asimov.

FSL: A mio parere il problema è il seguente. Chi maneggia gli strumenti della fisica moderna si rende facilmente conto che il concetto di equilibrio è usato in economia come era usato in fisica alla fine dell’Ottocento. C’è un secolo di studi e di scoperte che è lasciato fuori dalla teoria fondamentale. Il fatto che gli economisti neoclassici credano che il problema economico si possa risolvere attraverso un teorema matematico, a un fisico fa tenerezza. I fisici sono abituati a ragionare in termini di ordini di grandezza, mentre gli economisti subiscono un insegnamento eccessivamente formale e dogmatico. Ma il problema di fondo rimane un problema politico e di questo sono consci gli economisti che al momento passano per “eterodossi”: la discussione e il confronto tra approcci differenti sono sicuramente la linfa vitale per un campo come l’economia. Ma al momento gli eterodossi sono trattati come i dissidenti dei regimi totalitari.

Ad esempio, come ha scritto Paul Krugman, malgrado il fatto che le previsioni della posizione pro austerità siano state smentite dai dati empirici, la teoria a favore dell’austerità ha rafforzato la sua presa sull’élite proprio in quanto il programma dell’austerity avvantaggia la posizione dei ceti abbienti: «ciò che il più ricco un per cento della popolazione desidera diventa ciò che la scienza economica ci dice che dobbiamo fare».

Dunque il problema è al contempo politico e culturale: bisogna agire su entrambi i fronti, ma a mio parere il campo culturale è al momento quello più interessante, dove davvero si possono cambiare le cose. La politica non potrà che seguire gli avvenimenti.


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Come si potrebbe arrivare alternativamente a una ricerca più cooperativa e meno competitiva?

Diapositiva08M: Gli atenei sono diventati, lei scrive, specchio della disuguaglianza economica e sociale del paese. Pochi virtuosi ottengono i finanziamenti di merito e molti rimangono a bocca asciutta. In questo ci vede anche una colpa dei metodi di valutazione del “merito” (vedi VQR – Valutazione della Qualità della Ricerca) che contribuiscono a beneficiare chi già appartiene a un élite ristretta? Come si potrebbe arrivare alternativamente a una ricerca più cooperativa e meno competitiva?

FSL: Ci sono varie questioni che s’intrecciano:

(1) la parte premiale del fondo di finanziamento ordinario è un nome di orwelliana memoria. Non c’è alcun fondo premiale, c’è il fondo ordinario decurtato del 20% rispetto al 2008. Una parte di questo fondo è chiamato premiale, ma appunto non è un nome corretto perché la parola premio fa immaginare qualcosa in più. Invece si tratta di qualcosa che è molto meno per molti e qualcosa poco in meno per pochi altri. Tutti gli atenei hanno subìto un taglio delle risorse (in una situazione in cui il finanziamento già non era al pari dei paesi con cui vorremmo competere), ma molti l’hanno subìta più di altri. In questa situazione la valutazione è stata usata come uno strumento per drenare risorse ad alcuni atenei, in particolare quelli del centro sud, per trasferirli agli atenei del centro nord.

(2) I criteri e le modalità con cui è stata fatta la ripartizione del fondo premiale della VQR sono da una parte completamente arbitrari, cioè non corrispondono affatto alla “misura” della “qualità” della ricerca, e dall’altra non trovano riscontro in alcun altro esercizio di valutazione nazionale effettuato sul pianeta Terra.

(3) Nel Regno Unito, ad esempio, non si mettono in competizione per risorse scarse le università della Scozia con Oxford e Cambridge ma si è diviso il paese in tre macroregioni per non creare degli squilibri geografici, come sta invece accadendo da noi. Per fare un esempio le università della Sardegna sono vicine alla chiusura: ha senso chiudere delle università?

(4) La VQR è un esempio di governo attraverso i numeri: la politica scientifica e dell’istruzione superiore in un paese avanzato non può essere fatta in questo modo e soprattutto non può essere lasciata nelle mani di gente incompetente che la interpreta in questo modo.

(5) Per quanto mi riguarda prima di spendere circa 200 milioni di euro per fare la VQR mi chiederei se ad esempio nel Regno Unito, dove si fa da una trentina d’anni, un esercizio di valutazione di questo tipo ha aumentato la qualità della ricerca. La mia risposta, da quello che ho letto nella letteratura, è negativa.

(6) La risposta alla vostra domanda “Come si potrebbe arrivare alternativamente a una ricerca più cooperativa e meno competitiva?” è semplice: distribuire risorse attraverso progetti a chi è capace di proporre idee innovative. Dunque è necessario aprire bandi con finanziamenti piccoli, medi e grandi. Bandi che abbiano scadenze annuali, o anche semestrali, e in cui i tassi di accettazione si aggirino intorno al 30% almeno. Invece di spendere 200 milioni in un esercizio di valutazione che non solo è inutile ma è pure dannoso, in quanto premia chi è già premiato e continua a perturbare l’oggetto di valutazione, cioè il ricercatore, con criteri senza senso. Bisogna finanziare progetti di diversa natura lasciando ampi spazi ai giovani. È necessario cambiare tutto nella gestione della ricerca che si è creata negli ultimi vent’anni perché è tutto profondamente sbagliato.


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Finanziamenti: top-down o bottom-up?

Diapositiva060M: I finanziamenti alla ricerca di base dovrebbero essere fondamentali per diversificare la ricerca e sottrarla al conformismo accademico. Ma a dispetto di ciò il maxi finanziamento europeo allo Human Brain Project[3]è stato un esempio, per altro molto criticato dalla stessa comunità scientifica, di “big science” calata dall’alto, che impone una linea di ricerca troppo rigida su un tema, la comprensione del cervello umano, che ha bisogno quanto mai di pluralità di vedute. In Italia lo Human Technopole che sorgerà sulle ceneri di EXPO riceverà un finanziamento di un miliardo e mezzo di euro nei prossimi 10 anni, mentre i Progetti di Rilevante Interesse Nazionale (PRIN) prevedono la spartizione di 92 milioni di euro per progetti triennali provenienti da tutte le aree scientifico-disciplinari. Perché la classe dirigente attuale si aspetta che questa sia una strategia vincente, mentre lei nel suo libro argomenta nella direzione opposta?

FSL: Purtroppo l’egemonia culturale che abbiamo visto essere presente nell’economia ha percolato in tutta la società e specialmente tra le classi dirigenti che si accontentano di ricette superficiali e ideologiche, potremmo dire mitologiche, sul funzionamento della ricerca e dell’istruzione superiore. Ormai per gli stati la panacea di tutti i problemi, nel campo dell’istruzione superiore e della ricerca, è l’aspirazione ad avere l’università di Harvard nel proprio territorio: quello che chiamo il “modello Harvard here”. Come se questa fosse la soluzione a tutti i problemi e come se bastasse avere una o qualche università nelle prime cento posizioni al mondo per trasmettere conoscenza e capacità a tutto il sistema. Questa è una visione ideologica che si rifà alla trickle down economics (economia dell’”effetto sgocciolamento”) e di cui abbiamo già visto gli effetti nella società: accentramento della ricchezza in una piccola élite e impoverimento progressivo di tutto il resto della popolazione.

Quello che sottende questo modello è una pianificazione top-down per poter sviluppare ricerca e didattica di alto livello. In realtà questo modello iper-competitivo somiglia ogni giorno di più al tanto vituperato modello centralizzato di sovietica memoria in cui lo stato cercava di programmare come, quando e perché la ricerca dovesse essere svolta. La spinta per questo tipo di politica è di nuovo una ignoranza strutturale su come funziona la ricerca in realtà: la diversificazione invece che l’accentramento è la chiave per lo sviluppo di un sistema di ricerca innovativo. Questo è il risultato che si può osservare essersi realizzato nei maggiori paesi industrializzati. D’altro canto la canalizzazione dei fondi di ricerca su determinati temi sta soffocando l’innovazione: la storia della scienza, infatti, ci insegna che non è la competizione tra i singoli ma la competizione tra le idee e tra i progetti di ricerca alternativi la spinta propulsiva del progresso scientifico e tecnologico. Inoltre questa tendenza permette un controllo politico sui temi della ricerca: questo è il caso dei campi più vicini a interessi immediati politici ed economici. Nel nostro paese, per fare un esempio, gli esperti valutatori per l’area economica erano anche membri, per la maggior parte, di un partito politico (Fermare il Declino, il cui leader era Oscar Giannino): un caso allarmante ed evidente di ingerenza della politica nella scienza e nella ricerca.


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